Giornata per la consapevolezza del lutto prenatale e perinatale

Oggi è la giornata per la consapevolezza del lutto prenatale e perinatale. Non sono in grado di parlarne, non ancora. Ma prego, vi supplico, davanti ad una donna che ha perso un bambino non dite mai, MAI, frasi che sebbene dette in buona fede peggiorano lo stato d’animo di una persona che ha, contrariamente a quanto evidentemente si pensi, bisogno di vivere fino all’ultima stilla il suo dolore.

“E dai, era solo un mucchiettino di cellule”…no. Era mio figlio. Mio. Figlio. Perché non importa se fosse pochi centimetri. Quello nella mia testa era già il mio bambino. E io l’ho perso.

“Meglio prima che poi”…devo commentarla? Certo che meglio prima che poi, ma questo non significa che “prima” sia bello.

“Eeeeeh, vabbe’, dai, riproverete”…probabilmente si riproverà, certo. Infatti perché non inizi a trovarti un amante? Metti che resti vedova…

“E su, dai, hai sempre un altro figlio, ti basta”…è vero, se si abortisce dopo aver avuto uno o più figli il trauma può essere meno violento (nel mio caso, per dire, non lo è stato, ho patito quello avvenuto dopo la nascita di Claudia molto più degli altri) ma ciò non toglie che fa male.

“E smettila, riproverai…pensa a chi non può proprio averne o a chi perde figli belli che nati e cresciuti”…grazie, grazie per incrementare il senso di colpa che una donna già prova perché sente dentro di sé di non essere stata in grado di proteggere il proprio bambino.

Bloccate la lingua ogni volta che sentite il perverso bisogno di dire ad una donna che ha appena perso un bambino qualsiasi cosa che implichi l’arrivo di altri bambini in futuro (da queste parti giunse come una bastonata, a due settimane dal raschiamento, “poi quando ne fate un altro qui in cameretta mettete i letti a castello?) perché in realtà catalizzate l’attenzione sulla perdita, non sul futuro.

Accettiamo il fatto che un aborto è un lutto, e che in quanto tale va trattato, vissuto e metabolizzato. Una donna che ha abortito è una donna che sta soffrendo molto. Che fa pensieri distruttivi. Non caricatela di ulteriore senso di colpa, ricordatevi che sta soffrendo, abbiate ben presente che sta vivendo un autentico lutto e aiutatela. E se non potete aiutarla, per l’amor del cielo, tacete.

E a voi, a tutte voi, a tutte noi, dico solo una cosa: non è colpa nostra. Non. è. Colpa. Nostra.

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Non starò mica invecchiando? Speriamo di sì…

E’ autunno. Le foglie si tingono di rosso e cadono, le zucche e le melagrane iniziano a far bella mostra di sé sui banchi del mercato e per me è tempo di passare la revisione. Tutto nell’ordine naturale delle cose, di fatto. Eppure, forse per via del fatto che le ottobrate romane di quest’anno sono talmente esagerate che sembrano strane persino a noi che le conosciamo bene, quest’anno mi sento piuttosto irrequieta. Come se qualcosa fosse fuori posto. Non mi sento tranquilla rispetto al follow up che mi aspetta. Usando le parole dei Beatles, c’è un’ombra sopra di me. Provo un’irrequietezza di fondo, mai provata negli ultimi anni. Forse mai provata in assoluto. Non si tratta di quell’agitazione piuttosto spudorata dei primi follow up, quando due settimane prima di cominciare i controlli arrivavano, eclatanti nel loro psicosomatico splendore, tutti i sintomi del linfoma. Io sto benissimo: nulla, assolutamente nulla, mi porta a pensare che qualcosa non vada.

Eppure…eppure questa volta non approccio affatto serenamente i miei controlli. Confesso di aver fatto un pensiero terrificante. E’ successo una sola volta e l’ho subito respinto con tanta voglia di prendermi a schiaffi. Ho pensato (mi vergogno anche ad ammetterlo) “ora capisco cos’è che muove chi non si controlla mai, perché molte persone applicano la politica dello struzzo”. Non tollerando da me stessa simili pensieri, ho provato a capire cosa c’è di diverso questa volta. Credo di essere giunta alla conclusione che quel che cambia è che si tratta del mio primo follow up dopo l’arrivo del secondo figlio e, per qualche motivo che non ho ancora colto, sento particolarmente il peso delle mie responsabilità i miei bambini. E’ un meccanismo  sbagliato e irrazionale ma suona un po’ come dire “faccio finta di niente, se lascio stare e continuo a fare le mille cose che devo fare ogni giorno, allora non mi accadrà nulla”. Praticamente il genere di cose che sento da quando ho iniziato ad ammorbare tutti con il discorso della diagnosi precoce. Il tipo di ragionamento che mi manda letteralmente fuori di testa. La paura che mi accada qualcosa e le conseguenze che questo potrebbe avere sui miei figli non sono in alcun modo compatibili con le responsabilità, i desideri e i sentimenti di una madre. Non posso ritenermi di non avere il diritto di farmi prendere un accidente, è ovvio, ma ho il DOVERE di prendermi cura di me stessa, di intervenire in tempo nel caso qualcosa non andasse nel verso giusto. Chissà come mai tutto questo peso sulle spalle. Non starò mica invecchiando? Speriamo di sì perché onestamente ho faticato parecchio per riuscirci. Ma credo sia il caso di recuperare un po’ della cara, vecchia leggerezza.

E allora, ragazza mia, prendi le tue impegnative e lunedì mattina svegliati presto e vai a fare le analisi. Le tue paure non ti giustificano, non ti mettono al sicuro e non giovano a nessuno. Ripeti il mantra: “la politica dello struzzo non paga”.

Tanto più che ottobre è il mese della prevenzione e quindi dobbiamo ripetercelo tutti.

LA POLITICA DELLO STRUZZO NON PAGA

LA POLITICA DELLO STRUZZO NON PAGA

LA POLITICA DELLO STRUZZO NON PAGA…

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Di vita e di coraggio. Genitori dopo il cancro.

Quello della maternità dopo il cancro è un tema che mi sta molto a cuore per molti motivi, primo fra tutti il fatto che è ancora un nervo scoperto, spesso. Parlare di cancro oggi è molto meno imbarazzante rispetto al passato ma quello della fertilità dopo la malattia resta un argomento, data la sua grande delicatezza, che spesso siamo noi che ci siamo passati i primi ad evitare.

Si sa bene che dopo un cancro e dopo una chemioterapia il diventare genitore potrebbe essere difficile. Spesso è la parte di futuro cui si dovrà rinunciare e farci i conti non è semplice.

Eppure, rispetto a relativamente pochi anni fa le cose stanno cambiando molto anche in questo senso: affiancare alle cure anche delle terapie che supportino e tutelino le possibilità di diventare genitore è ormai molto frequente. Questo ha due implicazioni: la prima è che – come si è detto e ripetuto spesso – la percentuale di persone che ha un futuro dopo il cancro è sempre più alta. La seconda è che questo futuro viene considerato sempre più concreto che in passato, e quindi si lavora non solo per debellare nell’immediato la malattia, ma anche per per far sì che gli anni a venire siano il più possibile liberi da impatti a lungo termine del cancro.

Diventare genitore è una scelta che non è mai facile, non esiste il momento opportuno, le variabili sono innumerevoli per chiunque: il lavoro che è sempre un’incognita, i costi, il fatto che spesso la vita porti a poter immaginare una vita con un figlio ad un’età nettamente superiore rispetto anche solo a dieci o quindici anni fa sono tutti fattori cui si pensa sempre, quando si inizia a pensare a diventare genitore. Dopo un’esperienza come quella del cancro, ovviamente tutto questo può risultare amplificato. Nessuna donna può prevedere se i bambini arriveranno, se arriveranno con facilità, se avrà problemi o meno. Ma sicuramente sapere che ci siano possibilità concrete di andare incontro a cocenti delusioni cambia la prospettiva, e forse fa perdere d’importanza altri aspetti. Io, ad esempio, sapevo che avrei perso il lavoro ma sulla bilancia era un rischio dalle conseguenze meno gravi rispetto al rimandare di tre o quattro anni la maternità. Anche perché, diciamocelo chiaramente: nel caso non ci fossero state possibilità, ci saremmo mossi per tempo in altre direzioni, ad esempio verso l’adozione.

Più di una volta, curiosamente solo dopo aver avuto il secondo figlio, mi è stato chiesto se non abbia mai pensato al fatto che nascere da una famiglia il cui lato materno ha una forte familiarità col cancro potrebbe esporli a questo rischio. Un paio di anni dopo la fine delle terapie chiesi alla mia ematologa se questo rischio fosse così concreto, in effetti. La risposta fu che il numero dei casi di tumore si è alzato, e che il non avere una familiarità non è una garanzia di salute a vite, così come la familiarità non è di per sé una condanna. Va anche considerato che la ricerca fa veramente passi da gigante, e lo dice una che se si fosse ammalata anche solo vent’anni prima sarebbe morta o rimasta senza milza. Al di là di ogni complottismo, siamo qui grazie a quelle che erano le speranze del passato e le speranze di oggi saranno la realtà di domani, quindi, no, non ho paura. Non più di qualsiasi altra madre, almeno. E poi, come aggiunse la dottoressa, “la vita è tanto, tanto forte”. Intendeva dire, per come l’ho sempre interpretata io, che al di là di tutti i nostri dubbi, oltre a tutte le nostre paure, c’è solo un fatto: la Vita è sempre prepotente. La Vita cerca sempre di esplodere, di prolungarsi, di urlare più forte.

Le medaglie hanno sempre due facce. Le facce della mia medaglia dicono la stessa cosa presa dai due estremi. Una faccia è quella che dice che la Vita è forte e prepotente. L’altra dice che la paura non ha il diritto di paralizzarci. Non è stato semplice. Non sono stata risparmiata da sofferenza e, in un senso di colpa perverso, mi è capitato di pensare “sei stata punita per non esserti accontentata di esser viva”. L’ho pensato spesso. Ma se avete una storia simile alla mia alle spalle e siete nella fase in cui il vostro cuore culla quel desiderio, io ho solo una cosa che posso dirvi.

Al netto delle delusioni, del dolore e della fatica di cui in parte ho raccontato e in parte forse racconterò, io ho capito solo di recente una cosa. L’ho capita pochi giorni fa, quando mia figlia di quattro anni e mezzo ha stretto a sé il fratello di nove mesi e con lui è scesa lungo lo scivolo del parco: io non sono stata punita per non essermi accontentata. Io sono stata premiata per essere stata coraggiosa.

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Non sono una figa pazzesca

Sì, lo so, a guardarmi non si direbbe ma non sono una figa pazzesca. Non lo sono ora e non lo ero nemmeno quando ho curato il mio cancro.

Sento il bisogno di ricollegarmi all’outing di Nadia Toffa circa la sua malattia perché, in tutta sincerità, pur avendo basato la mia ormai lunga esperienza di cancer blogger proprio sulla positività nell’affrontare la malattia e sulla possibilità di avere una vita normale e piena anche dopo di essa, ho trovato sgradevoli (ma questo è un mio giudizio) diverse parti del suo discorso. Quella che ho gradito meno è stata “chi combatte contro il cancro è un figo pazzesco”. No. Non lo è. Chi cura il cancro è una persona che si ritrova ad affrontare qualcosa di cui, molto probabilmente, non aveva mai nemmeno pronunciato il nome per pudore, per scaramanzia, per una forma di fastidio, nemmeno si trattasse di pornografia. Chi cura il cancro è una persona che deve trovare dentro di sé le risorse per mettere in stand by la sua vita mentre affronta terapie pesanti per cercare di portare a casa la pelle. Chi cura il cancro è una persona che vede molti compagni di viaggio non avere la fortuna di arrivare ad essere “fighi” e che dovrà per molto, molto tempo fare i conti con il senso di colpa, con il dolore per la perdita di persone che erano ormai parte di una nuova vita, con il fatto di dover ricostruire la propria esistenza non da zero ma quasi. Chi cura il cancro deve spesso imparare ad accettare il proprio corpo quando questo viene stravolto e mutilato in maniera irreversibile, perché ritrovarsi improvvisamente calvi- nonostante il forte impatto – è qualcosa di transitorio. Guardarsi allo specchio e vedere un torso senza un seno o sapere che dentro di sé manca un organo, o dover accettare che il proprio corpo non potrà mai più avere un certo tipo di mobilità è molto, molto diverso. Nel caso del seno ci si può porre rimedio, ma sempre passando per ospedali, interventi, post-operatori lunghi e faticosi. Chi cura il cancro spesso sa che rischia seriamente di dover mettere da parte sogni che fino a poco prima dava per scontato di poter realizzare come la maternità, specialmente in un mondo privo di tatto in cui appena una donna supera i trent’anni, il “che aspetti a fare un figlio?” diventa un assillo. E anche quando in quel senso non tutto è perduto, non è comunque detto che sia facile e questo l’ho provato più di una volta sulla mia pelle. Chi cura il cancro può riappropriarsi del proprio corpo per intero, ci mancherebbe, ma deve comunque imparare a conoscere la nuova persona che è diventata e non è così scontato e immediato, così come non è mai facile fare un bilancio e vedere quante persone non si sono degnate di farti una telefonata anche se te la saresti aspettata. Chi cura il cancro non è detto che possa tornare a lavorare subito dopo la fine delle terapie. In molti continuando a lavorare nonostante le terapie ma non è concesso a tutti. Spesso serve del tempo per ristabilirsi, spesso il lavoro non c’è nemmeno più, dopo una chemio.

Non c’è niente di figo in tutto questo, ve lo posso garantire. Non c’è niente di eroico. So che sicuramente il suo messaggio era ben diverso da come l’ho percepito io, so che intendeva dire ben altro. Cosa intendesse mi è chiaro, ma comunque quell’aggettivo è stata una scelta comunicativa pessima, superficiale. Ci sono termini che, negli anni, non hanno mai smesso di darmi fastidio. Non siamo guerrieri, non siamo combattenti, non siamo in guerra, non siamo fighi. Siamo quello che siamo, tutto qui. Piccole persone che devono in qualche modo riuscire a far fronte a qualcosa di molto grande e che devono trovare la loro strada per riuscire ad arrivare alla fine del loro percorso nella maniera più indolore possibile sotto il profilo psicologico, che devono scoprire che non importa se sei gonfio o pelato, se hai appena vomitato per la decima volta o se hai il colorito di E.T., un motivo per farti una risata lo devi trovare per forza. Lo devi trovare perché quella è Vita e finché puoi trovarci qualcosa di bello, di divertente, di profondo, hai il dovere di celebrarla.

Sono tanti anni che racconto il mio cancro, non ce la faccio più nemmeno a sentirmi ripetere cosa mi è successo. L’ho affrontato con incosciente determinazione, ho spesso trovato spunti divertiti. Il sottotitolo del mio blog è “cosa succede quando la malattia incontra l’ironia”. L’ironia. L’ironia me l’ha insegnata il cancro, chi mai ci crederebbe? Eppure ne ho riso tanto, del mio linfoma. Sono anni che ripeto che si può superare la malattia, ricominciare e scoprire che alla fine la Vita che avrai potrà comunque darti gioia ma il discorso della Toffa – forse perché troppo pretenzioso per essere così vicina alla fine della sua vicenda – non ha tenuto conto di due punti fondamentali: 1) E’ fuori luogo e inesatta una prospettiva così rosea sull’andamento di una chemioterapia e di una radioterapia (anche se spesso, quando i cicli sono pochi si accusa molto meno il colpo), non può non essere considerato che – quale che sia la propria esperienza – le conseguenze ci sono e che spesso si sta veramente uno schifo. A me fa molto piacere sapere che per lei la chemioterapia e la radioterapia siano state acqua fresca, ma nella maggioranza dei casi siamo ben lontani dal suo standard. Forse siamo meno fighi, chissà. 2) Parlare del cancro, specialmente se si sceglie di raccontarlo in maniera (giustamente) molto positiva e grintosa non deve mai far perdere il senso di rispetto verso chi di cancro è morto. Nella frase “chi cura il cancro è un figo pazzesco” vedo un autocompiacimento che manca di rispetto a chi ha incontrato una morte che di figo aveva veramente poco. Di malati terminali ne ho visto più di uno. “Che figata!” è veramente l’ultima espressione che mi viene in mente.

Altra piccola questione. La Toffa non è guarita. E’in remissione, che è cosa ben diversa. Ci si definisce “lungosopravviventi” (ossia guariti) dopo cinque anni dalla fine di qualsiasi terapia. Non due mesi. Cinque anni. Cinque. Anzi, per essere esatti lei non parla di due mesi ma di un lasso di tempo decisamente inferiore perché afferma di aver finito le cure da pochissimi giorni. Ci tengo a precisarlo perché viviamo in un paese che per quanto concerne la diagnosi precoce è messo malissimo. Conosco donne adulte che non hanno mai fatto un controllo senologico. Persone che non fanno delle analisi del sangue da anni, che non si presentano alle visite previste dai protocolli regionali di prevenzione. Ci manca solo un discorsetto che suoni come “ma sì, anche sei hai il cancro due mesi e via…pam pam, un po’ di radiazioni, pam pam, due flebo e in due mesi passa la paura”. Prima di dirmi guarita ho aspettato cinque anni, come tutti, cinque anni così organizzati: il primo anno, controlli ogni trimestre. Il secondo e terzo anno, controlli semestrali. Quarto e quinto anno, controlli annuali. Ops, scusate, i controlli in realtà suggeriscono di farli annualmente anche oltre i cinque anni….

Su un punto sono perfettamente d’accordo: trattateci come sempre, non come malati. Noi non siamo il nostro cancro. Ma non siamo nemmeno fighi…e se lo siamo, be’, lo eravamo anche prima…

 

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Aura

Succede all’improvviso. Un piccolo lampo ai margini del campo visivo dell’occhio destro. Si cerca di capire se si è trattato solo di un’impressione o se veramente sta arrivando ma alla base del collo si forma la pelle d’oca per l’angoscia. Un occhio lavora per l’altro, quindi serve qualche secondo per vederlo davvero, ciò non di meno non si deve perdere un solo secondo: qualsiasi pasticca riesca ad evitare alla situazione di degenerare, va presa immediatamente, basta un’esitazione di un minuto e purtroppo averla presa sarà inutile.  Nel giro di pochi secondi quel lampo di luce e quella lieve deformazione dell’immagine diventano nitidi. Lo scotoma scintillante è una sorta di cordone zig-zagante formato da piccoli triangolini lampeggianti, psichedelici, che attraversa il campo visivo. Le lucine si muovono, si rincorrono esattamente come quelle delle lucine natalizie. L’immagine attorno allo scotoma non è nitida, sembra quasi una fotografia strappata e riappiccicata con lo scotch senza prestare attenzione a sistemare i bordi con cura. I due margini dell’immagine strappata possono venire sovrapposti, quindi può capitare di guardarsi una mano e vedere, che so, solo parte di una delle dita, oppure può esserci proprio un buco nero nell’immagine. Intanto i margini del campo visivo si riducono e così sarà, almeno per me, per circa 40 minuti. Può succedere in qualsiasi momento: se sono alla guida ho al massimo due o tre minuti per accostare e chiamare qualcuno che mi venga a prendere. In generale, ho quaranta minuti (il tempo di permanenza medio dello scotoma) per trovare qualcuno che mi tenga i bambini primi che arrivi, a cascata, tutto il resto. Sì, perché io ho sempre paura che prima o poi accada quando sono sola a casa con i due bambini, in un momento in cui mia suocera non c’è e Maschio Alfa è al lavoro. Perché Claudia bene o male è grandina, posso piazzarla davanti ai cartoni ma Adriano ha solo tre mesi e mezzo, va preso in braccio per essere cambiato, bisogna dargli il latte, occuparsi di lui in modo ancora molto fisico.

E il problema non è farlo vedendo delle lucine che non hanno niente a che vedere con gli occhi, perché in realtà è la testa a vederle. Il guaio è occuparsi di un bambino piccolo quando, una volta passato lo scotoma, quando l’immagine resta comunque sbiadita e debole, la mano sinistra inizia a formicolare e dopo un po’non la si sente più. Quando si ricomincia a muovere la mano, si intorpidisce la faccia. Lingua, labbra, naso. Tutto insensibile. E inizia l’afasia. La lingua è inchiodata. Non si articola nulla. Quando si riprende a parlare, si pensano delle parole ma ne escono altre. Telecomando? Telefono. Bambola? Manichino. Afasia. Ma tanto non ci badi perché la tua ultima preoccupazione è parlare. Iniziano gli acufeni. In un orecchio si sovrappone il classico fischio più lo stesso suono che fa un bicchiere di cristallo pieno d’acqua quando lo si fa suonare. Poi passa anche questo e arrivano i brividi.

Quando tutto questo, un insieme di tormenti che insieme rispondono al delicato e ingannevole nome di aura, passa, allora arriva il dolore. Una tigre di trecento kili sale sulla schiena e conficca i canini alla base della nuca e in cima alla testa. Spacca le ossa del cranio con i denti, lì, dietro, in corrispondenza della corteccia posteriore. Il tutto quando sei ridotto allo stato larvale, senza riuscire a parlare a muovere un braccio, senza vedere bene. A quel punto, l’emicrania è come colpi di pistola su un uomo morto. Ogni suono è una manganellata in testa. E c’è il vomito. Tanto. Si vomita fino a che lo stomaco non è vuoto, fino a che non esce solo acqua, finché non c’è altro che bile, finché non si sputa persino sangue, fino a che lo stomaco non si rovescia a vuoto. Ma ben venga, perché nei cinque minuti successivi al rovesciamento non c’è dolore e si può respirare per un po’. Ecco perché bisogna prendere subito i farmaci: una volta che parte, l’aura non si può bloccare ma il dolore si può arginare. Se si interviene tardi non lo ferma più nessuno e comunque a quel punto non puoi trattenere nessun farmaco (per via orale, almeno, ma mettersi una supposta in mezzo alla strada, o farsi una puntura al bar non è la cosa più scontata del mondo, ecco). E non dimentichiamoci degli occhi. Qualcosa li spinge con violenza verso l’esterno e ti chiedi se prima o poi  non ti cadranno mentre sei chinato nel water a rendere anche l’anima. E quello che è difficile per me spiegare e per gli altri capire è che io sono sollevata quando arriva il dolore. Il dolore, per quanto forte, lo posso gestire. Quando arriva il dolore sono tornata di nuovo in grado di muovere il braccio sinistro (non ancora perfettamente ma in modo accettabile), parlo (con la scioltezza di un robot ma parlo), e vedo (sbiadito). Sono di nuovo padrona del mio corpo. Se intendo dire “telefono”, dico “telefono”, non “telecomando”.

Ci vogliono diverse ore perché il dolore passi. Si resta sfibrati, sfranti, sversi. La vista rimane debole per almeno altre 24 ore, si fa fatica a leggere, sia perché si vede male, sia perché non si è proprio lucidissimi e si fatica a capire. E’ disagevole ancora anche parlare. Ma gradualmente si risale la china.

Ho avuto le prime emicranie con aura nel 1999, a 15 anni. Inizialmente erano molto sporadiche, si limitavano agli scotomi e a un lieve malessere. Dal 2008 sono diventate molto più frequenti, una o due al mese, grazie al cielo prevalentemente di notte. La notte mi è più “comodo” perché ho modo di far passare il peggio prima che arriva il giorno e con esso le cose da fare e non sono sola in casa coi bambini. Ma la notte è anche più subdolo perché se dormi non è detto che ti rendi conto dell’aura. Quando ti svegli, per lo più, sei già nelle fasi successive agli scotomi. Ultimamente viaggio su una media di una volta a settimana. Un intero, preziosissimo giorno della mia settimana buttato così e altri due passati a cercare di smaltire i sintomi. Claudia ormai va in automatico. Sa qual è il tasto sul telefono per chiamare la nonna. “Pronto, nonna, mi vieni a prendere che mamma ha ricominciato a parlare strano?”. E oltre al disagio, oltre al dolore, ti senti anche una merda perché non sei in grado di occuparti dei tuoi figli, perché magari hai promesso loro di andare a comprare un costume di Halloween ma sai che mettersi in macchina sarebbe sconsiderato.

Sono stata, dopo tanti anni, al centro cefalee. Parliamoci chiaro: se soffri di emicrania è finché morte non vi separi, non è che c’è cura. Ma puoi trovare dei farmaci che fanno al caso tuo, che ti aiutano a tenere basso il numero degli attacchi e che gestiscono bene il dolore. Purtroppo, è arrivato, una decina di giorni fa, uno di quegli attacchi che ti fanno capire che sei passato ad uno step successivo. Perché va bene tutto, ma rimanere gravemente balbuzienti per 24 ore dopo un attacco, quando ormai tutto è passato, non è la cosa più normale del mondo. Faticare per giorni ad afferrare gli oggetti con la mano sinistra, non è propriamente regolare. Provare a leggere e non saperlo fare per quasi un minuto non va bene. C’è un sospetto circa la causa alla base delle mie emicranie, potrebbe essere qualcosa di relativamente comune in chi soffre di emicrania con aura. E’ arrivato il momento in cui la mia qualità della vita sta risentendo troppo della situazione, e bisognerà capire se c’è un motivo ben individuabile. E serve una cura che stabilizzi la corteccia. Si tratta di farmaci molto diversi a seconda che il problema sia quello che si sospetta o altro. In gravidanza ho preso la cardioaspirina per 32 settimane e sono stata benissimo. Non ho avuto un solo attacco. E’ questa coincidenza che fa pensare ad un certo tipo di problema ma cominciare la terapia prima di fare tutti gli accertamenti non ha senso: falserei le analisi. Devo aspettare di fare la risonanza (a questo punto vale anche la pena cercare segni di qualche ischemia transitoria), l’ecocolordoppler e lo screening trombofilico.  Nel frattempo, bisogna far trovare requie a questo cesso di corteccia che mi ritrovo e per quanto mi secchi, bisognerà seguire una cura di quelle carine carine. Ma va bene, mi sta bene tutto pur di uscire da questa fase perché onestamente inizio a non tenere più tanto botta.

Era tanto che non aggiornavo il blog e ancora di più che non lo usavo per il suo scopo originario, ossia quello di mettere nero su bianco le stranezze di questo cui piace tanto fare il cavolo che gli pare e al quale, a volte, faccio veramente molta fatica a stare dietro.

Comunque, vi aggiorno anche sul resto, perché quando non ho l’emicrania, quando non sto smaltendo l’emicrania e quando non ho il sentore che stia arrivando l’emicrania qui stiamo tutti molto bene. Adriano è un bambacione: mangia tanto, dorme tanto e ride tanto. Claudia è innamorata follemente di lui e devo dire che è stata bravissima a gestire due novità contemporanee e importanti come l’arrivo di un fratello e l’inizio di una nuova scuola. E’ il mio piccolo caterpillar, lei. Quanto a me…mi piace la vita da mamma bis. Sarà che con un bambino buono come Adriano è facile gestire tutto tutto ma proprio devo dire che mi diverto un sacco. Alfa…Alfa porello già s’era rincoglionito con Claudia, con l’arrivo di Numero Due non ve lo sto nemmeno a dire. Poi vi racconterò con calma, promesso, ora devo prepararmi: tra un’oretta devo andare a prendere Radio Maria a scuola (le maestre la chiamano così perché prende ovunque. Nessuna conversazione può essere tenuta nascosta a Claudia, ha tre paia di orecchie e funzionano tutte benissimo) e portarla a ginnastica ritmica, dove tra un lancio del cerchio e l’altro riempirà di chiacchiere quella santa donna della sua insegnante che porta pazienza solo perché è la più piccola del gruppo.

A presto!

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