Di vita e di coraggio. Genitori dopo il cancro.

Quello della maternità dopo il cancro è un tema che mi sta molto a cuore per molti motivi, primo fra tutti il fatto che è ancora un nervo scoperto, spesso. Parlare di cancro oggi è molto meno imbarazzante rispetto al passato ma quello della fertilità dopo la malattia resta un argomento, data la sua grande delicatezza, che spesso siamo noi che ci siamo passati i primi ad evitare.

Si sa bene che dopo un cancro e dopo una chemioterapia il diventare genitore potrebbe essere difficile. Spesso è la parte di futuro cui si dovrà rinunciare e farci i conti non è semplice.

Eppure, rispetto a relativamente pochi anni fa le cose stanno cambiando molto anche in questo senso: affiancare alle cure anche delle terapie che supportino e tutelino le possibilità di diventare genitore è ormai molto frequente. Questo ha due implicazioni: la prima è che – come si è detto e ripetuto spesso – la percentuale di persone che ha un futuro dopo il cancro è sempre più alta. La seconda è che questo futuro viene considerato sempre più concreto che in passato, e quindi si lavora non solo per debellare nell’immediato la malattia, ma anche per per far sì che gli anni a venire siano il più possibile liberi da impatti a lungo termine del cancro.

Diventare genitore è una scelta che non è mai facile, non esiste il momento opportuno, le variabili sono innumerevoli per chiunque: il lavoro che è sempre un’incognita, i costi, il fatto che spesso la vita porti a poter immaginare una vita con un figlio ad un’età nettamente superiore rispetto anche solo a dieci o quindici anni fa sono tutti fattori cui si pensa sempre, quando si inizia a pensare a diventare genitore. Dopo un’esperienza come quella del cancro, ovviamente tutto questo può risultare amplificato. Nessuna donna può prevedere se i bambini arriveranno, se arriveranno con facilità, se avrà problemi o meno. Ma sicuramente sapere che ci siano possibilità concrete di andare incontro a cocenti delusioni cambia la prospettiva, e forse fa perdere d’importanza altri aspetti. Io, ad esempio, sapevo che avrei perso il lavoro ma sulla bilancia era un rischio dalle conseguenze meno gravi rispetto al rimandare di tre o quattro anni la maternità. Anche perché, diciamocelo chiaramente: nel caso non ci fossero state possibilità, ci saremmo mossi per tempo in altre direzioni, ad esempio verso l’adozione.

Più di una volta, curiosamente solo dopo aver avuto il secondo figlio, mi è stato chiesto se non abbia mai pensato al fatto che nascere da una famiglia il cui lato materno ha una forte familiarità col cancro potrebbe esporli a questo rischio. Un paio di anni dopo la fine delle terapie chiesi alla mia ematologa se questo rischio fosse così concreto, in effetti. La risposta fu che il numero dei casi di tumore si è alzato, e che il non avere una familiarità non è una garanzia di salute a vite, così come la familiarità non è di per sé una condanna. Va anche considerato che la ricerca fa veramente passi da gigante, e lo dice una che se si fosse ammalata anche solo vent’anni prima sarebbe morta o rimasta senza milza. Al di là di ogni complottismo, siamo qui grazie a quelle che erano le speranze del passato e le speranze di oggi saranno la realtà di domani, quindi, no, non ho paura. Non più di qualsiasi altra madre, almeno. E poi, come aggiunse la dottoressa, “la vita è tanto, tanto forte”. Intendeva dire, per come l’ho sempre interpretata io, che al di là di tutti i nostri dubbi, oltre a tutte le nostre paure, c’è solo un fatto: la Vita è sempre prepotente. La Vita cerca sempre di esplodere, di prolungarsi, di urlare più forte.

Le medaglie hanno sempre due facce. Le facce della mia medaglia dicono la stessa cosa presa dai due estremi. Una faccia è quella che dice che la Vita è forte e prepotente. L’altra dice che la paura non ha il diritto di paralizzarci. Non è stato semplice. Non sono stata risparmiata da sofferenza e, in un senso di colpa perverso, mi è capitato di pensare “sei stata punita per non esserti accontentata di esser viva”. L’ho pensato spesso. Ma se avete una storia simile alla mia alle spalle e siete nella fase in cui il vostro cuore culla quel desiderio, io ho solo una cosa che posso dirvi.

Al netto delle delusioni, del dolore e della fatica di cui in parte ho raccontato e in parte forse racconterò, io ho capito solo di recente una cosa. L’ho capita pochi giorni fa, quando mia figlia di quattro anni e mezzo ha stretto a sé il fratello di nove mesi e con lui è scesa lungo lo scivolo del parco: io non sono stata punita per non essermi accontentata. Io sono stata premiata per essere stata coraggiosa.

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Non sono una figa pazzesca

Sì, lo so, a guardarmi non si direbbe ma non sono una figa pazzesca. Non lo sono ora e non lo ero nemmeno quando ho curato il mio cancro.

Sento il bisogno di ricollegarmi all’outing di Nadia Toffa circa la sua malattia perché, in tutta sincerità, pur avendo basato la mia ormai lunga esperienza di cancer blogger proprio sulla positività nell’affrontare la malattia e sulla possibilità di avere una vita normale e piena anche dopo di essa, ho trovato sgradevoli (ma questo è un mio giudizio) diverse parti del suo discorso. Quella che ho gradito meno è stata “chi combatte contro il cancro è un figo pazzesco”. No. Non lo è. Chi cura il cancro è una persona che si ritrova ad affrontare qualcosa di cui, molto probabilmente, non aveva mai nemmeno pronunciato il nome per pudore, per scaramanzia, per una forma di fastidio, nemmeno si trattasse di pornografia. Chi cura il cancro è una persona che deve trovare dentro di sé le risorse per mettere in stand by la sua vita mentre affronta terapie pesanti per cercare di portare a casa la pelle. Chi cura il cancro è una persona che vede molti compagni di viaggio non avere la fortuna di arrivare ad essere “fighi” e che dovrà per molto, molto tempo fare i conti con il senso di colpa, con il dolore per la perdita di persone che erano ormai parte di una nuova vita, con il fatto di dover ricostruire la propria esistenza non da zero ma quasi. Chi cura il cancro deve spesso imparare ad accettare il proprio corpo quando questo viene stravolto e mutilato in maniera irreversibile, perché ritrovarsi improvvisamente calvi- nonostante il forte impatto – è qualcosa di transitorio. Guardarsi allo specchio e vedere un torso senza un seno o sapere che dentro di sé manca un organo, o dover accettare che il proprio corpo non potrà mai più avere un certo tipo di mobilità è molto, molto diverso. Nel caso del seno ci si può porre rimedio, ma sempre passando per ospedali, interventi, post-operatori lunghi e faticosi. Chi cura il cancro spesso sa che rischia seriamente di dover mettere da parte sogni che fino a poco prima dava per scontato di poter realizzare come la maternità, specialmente in un mondo privo di tatto in cui appena una donna supera i trent’anni, il “che aspetti a fare un figlio?” diventa un assillo. E anche quando in quel senso non tutto è perduto, non è comunque detto che sia facile e questo l’ho provato più di una volta sulla mia pelle. Chi cura il cancro può riappropriarsi del proprio corpo per intero, ci mancherebbe, ma deve comunque imparare a conoscere la nuova persona che è diventata e non è così scontato e immediato, così come non è mai facile fare un bilancio e vedere quante persone non si sono degnate di farti una telefonata anche se te la saresti aspettata. Chi cura il cancro non è detto che possa tornare a lavorare subito dopo la fine delle terapie. In molti continuando a lavorare nonostante le terapie ma non è concesso a tutti. Spesso serve del tempo per ristabilirsi, spesso il lavoro non c’è nemmeno più, dopo una chemio.

Non c’è niente di figo in tutto questo, ve lo posso garantire. Non c’è niente di eroico. So che sicuramente il suo messaggio era ben diverso da come l’ho percepito io, so che intendeva dire ben altro. Cosa intendesse mi è chiaro, ma comunque quell’aggettivo è stata una scelta comunicativa pessima, superficiale. Ci sono termini che, negli anni, non hanno mai smesso di darmi fastidio. Non siamo guerrieri, non siamo combattenti, non siamo in guerra, non siamo fighi. Siamo quello che siamo, tutto qui. Piccole persone che devono in qualche modo riuscire a far fronte a qualcosa di molto grande e che devono trovare la loro strada per riuscire ad arrivare alla fine del loro percorso nella maniera più indolore possibile sotto il profilo psicologico, che devono scoprire che non importa se sei gonfio o pelato, se hai appena vomitato per la decima volta o se hai il colorito di E.T., un motivo per farti una risata lo devi trovare per forza. Lo devi trovare perché quella è Vita e finché puoi trovarci qualcosa di bello, di divertente, di profondo, hai il dovere di celebrarla.

Sono tanti anni che racconto il mio cancro, non ce la faccio più nemmeno a sentirmi ripetere cosa mi è successo. L’ho affrontato con incosciente determinazione, ho spesso trovato spunti divertiti. Il sottotitolo del mio blog è “cosa succede quando la malattia incontra l’ironia”. L’ironia. L’ironia me l’ha insegnata il cancro, chi mai ci crederebbe? Eppure ne ho riso tanto, del mio linfoma. Sono anni che ripeto che si può superare la malattia, ricominciare e scoprire che alla fine la Vita che avrai potrà comunque darti gioia ma il discorso della Toffa – forse perché troppo pretenzioso per essere così vicina alla fine della sua vicenda – non ha tenuto conto di due punti fondamentali: 1) E’ fuori luogo e inesatta una prospettiva così rosea sull’andamento di una chemioterapia e di una radioterapia (anche se spesso, quando i cicli sono pochi si accusa molto meno il colpo), non può non essere considerato che – quale che sia la propria esperienza – le conseguenze ci sono e che spesso si sta veramente uno schifo. A me fa molto piacere sapere che per lei la chemioterapia e la radioterapia siano state acqua fresca, ma nella maggioranza dei casi siamo ben lontani dal suo standard. Forse siamo meno fighi, chissà. 2) Parlare del cancro, specialmente se si sceglie di raccontarlo in maniera (giustamente) molto positiva e grintosa non deve mai far perdere il senso di rispetto verso chi di cancro è morto. Nella frase “chi cura il cancro è un figo pazzesco” vedo un autocompiacimento che manca di rispetto a chi ha incontrato una morte che di figo aveva veramente poco. Di malati terminali ne ho visto più di uno. “Che figata!” è veramente l’ultima espressione che mi viene in mente.

Altra piccola questione. La Toffa non è guarita. E’in remissione, che è cosa ben diversa. Ci si definisce “lungosopravviventi” (ossia guariti) dopo cinque anni dalla fine di qualsiasi terapia. Non due mesi. Cinque anni. Cinque. Anzi, per essere esatti lei non parla di due mesi ma di un lasso di tempo decisamente inferiore perché afferma di aver finito le cure da pochissimi giorni. Ci tengo a precisarlo perché viviamo in un paese che per quanto concerne la diagnosi precoce è messo malissimo. Conosco donne adulte che non hanno mai fatto un controllo senologico. Persone che non fanno delle analisi del sangue da anni, che non si presentano alle visite previste dai protocolli regionali di prevenzione. Ci manca solo un discorsetto che suoni come “ma sì, anche sei hai il cancro due mesi e via…pam pam, un po’ di radiazioni, pam pam, due flebo e in due mesi passa la paura”. Prima di dirmi guarita ho aspettato cinque anni, come tutti, cinque anni così organizzati: il primo anno, controlli ogni trimestre. Il secondo e terzo anno, controlli semestrali. Quarto e quinto anno, controlli annuali. Ops, scusate, i controlli in realtà suggeriscono di farli annualmente anche oltre i cinque anni….

Su un punto sono perfettamente d’accordo: trattateci come sempre, non come malati. Noi non siamo il nostro cancro. Ma non siamo nemmeno fighi…e se lo siamo, be’, lo eravamo anche prima…

 

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Aura

Succede all’improvviso. Un piccolo lampo ai margini del campo visivo dell’occhio destro. Si cerca di capire se si è trattato solo di un’impressione o se veramente sta arrivando ma alla base del collo si forma la pelle d’oca per l’angoscia. Un occhio lavora per l’altro, quindi serve qualche secondo per vederlo davvero, ciò non di meno non si deve perdere un solo secondo: qualsiasi pasticca riesca ad evitare alla situazione di degenerare, va presa immediatamente, basta un’esitazione di un minuto e purtroppo averla presa sarà inutile.  Nel giro di pochi secondi quel lampo di luce e quella lieve deformazione dell’immagine diventano nitidi. Lo scotoma scintillante è una sorta di cordone zig-zagante formato da piccoli triangolini lampeggianti, psichedelici, che attraversa il campo visivo. Le lucine si muovono, si rincorrono esattamente come quelle delle lucine natalizie. L’immagine attorno allo scotoma non è nitida, sembra quasi una fotografia strappata e riappiccicata con lo scotch senza prestare attenzione a sistemare i bordi con cura. I due margini dell’immagine strappata possono venire sovrapposti, quindi può capitare di guardarsi una mano e vedere, che so, solo parte di una delle dita, oppure può esserci proprio un buco nero nell’immagine. Intanto i margini del campo visivo si riducono e così sarà, almeno per me, per circa 40 minuti. Può succedere in qualsiasi momento: se sono alla guida ho al massimo due o tre minuti per accostare e chiamare qualcuno che mi venga a prendere. In generale, ho quaranta minuti (il tempo di permanenza medio dello scotoma) per trovare qualcuno che mi tenga i bambini primi che arrivi, a cascata, tutto il resto. Sì, perché io ho sempre paura che prima o poi accada quando sono sola a casa con i due bambini, in un momento in cui mia suocera non c’è e Maschio Alfa è al lavoro. Perché Claudia bene o male è grandina, posso piazzarla davanti ai cartoni ma Adriano ha solo tre mesi e mezzo, va preso in braccio per essere cambiato, bisogna dargli il latte, occuparsi di lui in modo ancora molto fisico.

E il problema non è farlo vedendo delle lucine che non hanno niente a che vedere con gli occhi, perché in realtà è la testa a vederle. Il guaio è occuparsi di un bambino piccolo quando, una volta passato lo scotoma, quando l’immagine resta comunque sbiadita e debole, la mano sinistra inizia a formicolare e dopo un po’non la si sente più. Quando si ricomincia a muovere la mano, si intorpidisce la faccia. Lingua, labbra, naso. Tutto insensibile. E inizia l’afasia. La lingua è inchiodata. Non si articola nulla. Quando si riprende a parlare, si pensano delle parole ma ne escono altre. Telecomando? Telefono. Bambola? Manichino. Afasia. Ma tanto non ci badi perché la tua ultima preoccupazione è parlare. Iniziano gli acufeni. In un orecchio si sovrappone il classico fischio più lo stesso suono che fa un bicchiere di cristallo pieno d’acqua quando lo si fa suonare. Poi passa anche questo e arrivano i brividi.

Quando tutto questo, un insieme di tormenti che insieme rispondono al delicato e ingannevole nome di aura, passa, allora arriva il dolore. Una tigre di trecento kili sale sulla schiena e conficca i canini alla base della nuca e in cima alla testa. Spacca le ossa del cranio con i denti, lì, dietro, in corrispondenza della corteccia posteriore. Il tutto quando sei ridotto allo stato larvale, senza riuscire a parlare a muovere un braccio, senza vedere bene. A quel punto, l’emicrania è come colpi di pistola su un uomo morto. Ogni suono è una manganellata in testa. E c’è il vomito. Tanto. Si vomita fino a che lo stomaco non è vuoto, fino a che non esce solo acqua, finché non c’è altro che bile, finché non si sputa persino sangue, fino a che lo stomaco non si rovescia a vuoto. Ma ben venga, perché nei cinque minuti successivi al rovesciamento non c’è dolore e si può respirare per un po’. Ecco perché bisogna prendere subito i farmaci: una volta che parte, l’aura non si può bloccare ma il dolore si può arginare. Se si interviene tardi non lo ferma più nessuno e comunque a quel punto non puoi trattenere nessun farmaco (per via orale, almeno, ma mettersi una supposta in mezzo alla strada, o farsi una puntura al bar non è la cosa più scontata del mondo, ecco). E non dimentichiamoci degli occhi. Qualcosa li spinge con violenza verso l’esterno e ti chiedi se prima o poi  non ti cadranno mentre sei chinato nel water a rendere anche l’anima. E quello che è difficile per me spiegare e per gli altri capire è che io sono sollevata quando arriva il dolore. Il dolore, per quanto forte, lo posso gestire. Quando arriva il dolore sono tornata di nuovo in grado di muovere il braccio sinistro (non ancora perfettamente ma in modo accettabile), parlo (con la scioltezza di un robot ma parlo), e vedo (sbiadito). Sono di nuovo padrona del mio corpo. Se intendo dire “telefono”, dico “telefono”, non “telecomando”.

Ci vogliono diverse ore perché il dolore passi. Si resta sfibrati, sfranti, sversi. La vista rimane debole per almeno altre 24 ore, si fa fatica a leggere, sia perché si vede male, sia perché non si è proprio lucidissimi e si fatica a capire. E’ disagevole ancora anche parlare. Ma gradualmente si risale la china.

Ho avuto le prime emicranie con aura nel 1999, a 15 anni. Inizialmente erano molto sporadiche, si limitavano agli scotomi e a un lieve malessere. Dal 2008 sono diventate molto più frequenti, una o due al mese, grazie al cielo prevalentemente di notte. La notte mi è più “comodo” perché ho modo di far passare il peggio prima che arriva il giorno e con esso le cose da fare e non sono sola in casa coi bambini. Ma la notte è anche più subdolo perché se dormi non è detto che ti rendi conto dell’aura. Quando ti svegli, per lo più, sei già nelle fasi successive agli scotomi. Ultimamente viaggio su una media di una volta a settimana. Un intero, preziosissimo giorno della mia settimana buttato così e altri due passati a cercare di smaltire i sintomi. Claudia ormai va in automatico. Sa qual è il tasto sul telefono per chiamare la nonna. “Pronto, nonna, mi vieni a prendere che mamma ha ricominciato a parlare strano?”. E oltre al disagio, oltre al dolore, ti senti anche una merda perché non sei in grado di occuparti dei tuoi figli, perché magari hai promesso loro di andare a comprare un costume di Halloween ma sai che mettersi in macchina sarebbe sconsiderato.

Sono stata, dopo tanti anni, al centro cefalee. Parliamoci chiaro: se soffri di emicrania è finché morte non vi separi, non è che c’è cura. Ma puoi trovare dei farmaci che fanno al caso tuo, che ti aiutano a tenere basso il numero degli attacchi e che gestiscono bene il dolore. Purtroppo, è arrivato, una decina di giorni fa, uno di quegli attacchi che ti fanno capire che sei passato ad uno step successivo. Perché va bene tutto, ma rimanere gravemente balbuzienti per 24 ore dopo un attacco, quando ormai tutto è passato, non è la cosa più normale del mondo. Faticare per giorni ad afferrare gli oggetti con la mano sinistra, non è propriamente regolare. Provare a leggere e non saperlo fare per quasi un minuto non va bene. C’è un sospetto circa la causa alla base delle mie emicranie, potrebbe essere qualcosa di relativamente comune in chi soffre di emicrania con aura. E’ arrivato il momento in cui la mia qualità della vita sta risentendo troppo della situazione, e bisognerà capire se c’è un motivo ben individuabile. E serve una cura che stabilizzi la corteccia. Si tratta di farmaci molto diversi a seconda che il problema sia quello che si sospetta o altro. In gravidanza ho preso la cardioaspirina per 32 settimane e sono stata benissimo. Non ho avuto un solo attacco. E’ questa coincidenza che fa pensare ad un certo tipo di problema ma cominciare la terapia prima di fare tutti gli accertamenti non ha senso: falserei le analisi. Devo aspettare di fare la risonanza (a questo punto vale anche la pena cercare segni di qualche ischemia transitoria), l’ecocolordoppler e lo screening trombofilico.  Nel frattempo, bisogna far trovare requie a questo cesso di corteccia che mi ritrovo e per quanto mi secchi, bisognerà seguire una cura di quelle carine carine. Ma va bene, mi sta bene tutto pur di uscire da questa fase perché onestamente inizio a non tenere più tanto botta.

Era tanto che non aggiornavo il blog e ancora di più che non lo usavo per il suo scopo originario, ossia quello di mettere nero su bianco le stranezze di questo cui piace tanto fare il cavolo che gli pare e al quale, a volte, faccio veramente molta fatica a stare dietro.

Comunque, vi aggiorno anche sul resto, perché quando non ho l’emicrania, quando non sto smaltendo l’emicrania e quando non ho il sentore che stia arrivando l’emicrania qui stiamo tutti molto bene. Adriano è un bambacione: mangia tanto, dorme tanto e ride tanto. Claudia è innamorata follemente di lui e devo dire che è stata bravissima a gestire due novità contemporanee e importanti come l’arrivo di un fratello e l’inizio di una nuova scuola. E’ il mio piccolo caterpillar, lei. Quanto a me…mi piace la vita da mamma bis. Sarà che con un bambino buono come Adriano è facile gestire tutto tutto ma proprio devo dire che mi diverto un sacco. Alfa…Alfa porello già s’era rincoglionito con Claudia, con l’arrivo di Numero Due non ve lo sto nemmeno a dire. Poi vi racconterò con calma, promesso, ora devo prepararmi: tra un’oretta devo andare a prendere Radio Maria a scuola (le maestre la chiamano così perché prende ovunque. Nessuna conversazione può essere tenuta nascosta a Claudia, ha tre paia di orecchie e funzionano tutte benissimo) e portarla a ginnastica ritmica, dove tra un lancio del cerchio e l’altro riempirà di chiacchiere quella santa donna della sua insegnante che porta pazienza solo perché è la più piccola del gruppo.

A presto!

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About a boy

Domenica 13 agosto – pomeriggio: mia suocera esprime il desiderio di andare a visitare Civita di Bagnoregio, nota come la città che muore. In realtà, più che la città è il visitatore che rischia di stirare le zampette, data la lievissssima pendenza che va affrontata per arrivare al borgo. Essendo incinta da, mi pare, circa 87 settimane (tutte sotto farmaci e quasi tutte trascorse nell’estate più calda del millennio) e mancando ancora una settimana al termine, le dico “Vestiti, vado a dire a Maschio Alfa di prendere le chiavi della macchina”. Sooocera guarda me, guarda la mia panza xxxl e mi fa “ma stai scherzando?” “Dovresti conoscermi. Io non scherzo mai: al massimo faccio del sarcasmo”. Partiamo e mi inerpico con sorprendente agilità lungo la salita, affiancata da un’altra panzona al nono mese che evidentemente è lì con il mio stesso scopo: facilitare le manovre di sfratto.

L'immagine può contenere: persone in piedi, montagna, cielo, spazio all'aperto e natura

Arrivo su carica di energia e un passante, prima di stramazzare al suolo, mi guarda e sussurra “Ma com’è questa non c’ha manco il fiatone?!”. Torno a casa e alla vista di una stella cadente esprimo il mio desiderio.

14 agosto – 3:30AM: un animo poetico potrebbe dire che le stelle esaudiscono davvero i desideri. Uno spirito più pragmatico potrebbe invece notare che una visita a Civita di Bagnoregio indurrebbe il travaglio in chiunque. Io direi che sbagliano entrambi perché dopo 4 ore di contrazioni regolari, arrivata ad averne ogni 5 minuti vado in ospedale e lì si blocca tutto. Falso travaglio. Ah. Ah. Ah. Very funny. Very very funny. Torno a casa con al seguito anche GraNfica Pubblicitaria, l’amica venuta da lontano proprio per assistere al parto (Maschio Alfa anche stavolta ha detto che non sarebbe entrato nemmeno sotto la minaccia delle armi e francamente mi è stato benissimo così perché quando si agita diventa insopportabile). Durante il pomeriggio, ripartono le contrazioni. Prima regolari, poi no, poi boh, poi tutto fermo, poi annamosene a letto che c’ho sonno.

14 agosto – 23:30: ripartono le contrazioni. Sono di nuovo molto regolari ma non sveglio né Alfa, né GraNfica perché non vorrei disturbarli per un altro falso allarme. Mi faccio tutto il travaglio in casa, mentre Maschio Alfa, il cielo lo benedica, mi russa accanto senza accorgersi di niente. Per carità, io sono un caterpillar e il dolore lo reggo bene e senza fiatare, ma lui ha il sonno di un morto.  Ridendo e scherzando, ma sarebbe più corretto dire imprecando tra i denti e respirando, arriva il mattino.

15 agosto – 8:00: incrocio GraNfica in salotto. “Quindi tutto fermo?” “Veramente ho le contrazioni ogni sette minuti…” “Ah”. Sveglio  Alfa con un calcio nei reni, così, giusto perché mi sia solidale e lo esorto a svegliare Claudia e prepararsi, perché improvvisamente ho le contrazioni ogni cinque minuti e si sono raccomandati di non aspettare troppo ad andare perché col secondo figlio può essere tutto molto velo….ALFA MA COSA TI SALTA IN MENTE DI FARE LA DOCCIA ADESSO, DOCCIA UN C***O CHE ORA SONO OGNI TRE MINUTI!!!!!! Saltiamo in macchina di corsa e per la prima volta in nove mesi non solo arriviamo all’ospedale a tempo record ma troviamo anche parcheggio. Lo sapevo io che partorire a ferragosto era l’equivalente ostetrico di una partenza intelligente. Scendo dalla macchina e…porcaccia la miseria, tutto tace. Tutto bloccato. Il nulla. Mi visitano. Parto aperto a 4cm ma tutto totalmente fermo. Mi ricoverano e mi mettono nella sala dove affronterò il travaglio e il parto. Mi metto a letto e aspetto. E aspetto. E aspetto. E aspetto. Sono morta dalla stanchezza e mi appisolo. GranFica legge un libro. Aspettiamo. Mi dicono di camminare e fare esercizi sulla palla. Mi addormento seduta sulla palla con la testa sul letto.

15 agosto – 17:00: la situazione sta diventando ridicola. E’tutto fermo. Solo qualche sporadica contrazione che mi impedisce di dormire. La situazione, tuttavia, ha i suoi lati rilassanti: mi hanno messo a disposizione il PC su cui posso ascoltare la musica che preferisco. David Bowie è da travaglio. Ma niente Space Oddity, quella no, non ce la faccio più a sentirla. Troppo doloroso. Stavolta voglio Starman a ripetizione, perché c’è un uomo delle stelle che aspetta nel cielo e ci ha detto di non farlo volare via, perché sa che ne vale la pena…Passa il tempo. Rispetto al travaglio di Claudia, questo è un altro pianeta. Stavolta ho sempre qualcuno a farmi compagnia, qualche studentessa, qualche ostetrica, qualche ginecologa. Avete presente quei parti che si vedono nei film, con l’atmosfera tesa e frizzante, tutti agitati…? Ecco, il contrario. C’è il brio della fila alla posta. Divento la barzelletta del reparto, quella che si è fatta bruciare sul tempo persino dalle primipare. Sono stanca e inizio a sentirmi anche piuttosto avvilita, ho sonno ma non riesco a riposare, ho paura che quando serviranno le energie non ne avrò più a disposizione, perché di fatto sono due giorni che la notte non chiudo occhio.

15 agosto – 20:00: la situazione è chiara a tutti, ormai. Adriano ha la testa ancora molto in alto, il sacco non si rompe e non vogliono romperlo loro perché il liquido serve a lui per scendere. Se aspettiamo i comodi di Sua Maestà imperiale, restiamo lì fino alle calende greche. Mandano fuori GraNfica e mi fanno l’ossitocina. Il travaglio parte e le acque si rompono!! A proposito delle mie acque: pare fossero da guinnes dei primati. Una roba esagerata che spiega come ha fatto Adriano a rimettersi in posizione cefalica solo pochi giorni prima (sembrava dovessi fare il cesareo, infatti). “Oh, be'” dico io “dalla flussimetria non sembrava un gran pupone, quindi magari è per quello…”. L’ostetrica tocca la pancia “Signora, questo bambino non è piccolo nemmeno per niente”. Bene, fatemi pure l’epidurale perché, se proprio lo volete sapere, io a questa storia che tu donna partorirai con dolore non è che ci credo più di tanto e comunque, per quanto mi riguarda, il travaglio me lo sono già fatto a casa la notte precedente e non mi va di replicare. Mentre il tutto si avvia, parte un improbabile scambio di messaggi whatsapp tra me e GranFica, tra me e Maschio Alfa, tra loro e altri ancora. Io mi sento ubriaca per via dell’epidurale e voglio bene al mondo.

15 agosto – 23:00: ormai ci siamo, sta iniziando tutto ed è bellissimo. Molto più bello che con Claudia. Più rilassato. Il reparto non è in emergenza per il pienone come fu quando ebbi lei. Stavolta, oltre a sapere cosa accadrà, c’è proprio un clima diverso che mi aiuta a concentrarmi. Sento meglio ogni movimento, ogni spinta, mi è più chiaro tutto quello che accade. E’strano perché davanti a me ho quasi una decina di persone tra studenti, ostetriche e ginecologi, sembra il provino di x-factor, eppure sono in mondo tutto mio e spingo che è una meraviglia. GraNfica, accanto a me, è emozionatissima.

15 agosto – 23:45: Adriano viene poggiato sul mio petto ed è perfetto. GraNfica piange come una fontana. Io non ci riesco perché è tutto troppo enorme. Tutto. Troppo. Enorme. Specialmente i suoi piedi, che sapevo già da quando potevo solo immaginarli che mi avrebbero riservato delle sorprese. Adriano è nato con una stazza lorda di 3,7kg x 51cm e un 37 pianta larga di piede, che ne ha fatto una leggenda alla nursery. D’altra parte, la madre è alta 1,60 e porta 40…

Ora Piciulo ha 16 giorni, è un bambino bravissimo, mangia e dorme, veramente un bambolotto come la sorella alla sua età. A proposito della sorella…non che avessi dubbi ma ormai è totalmente andata. Lo adora. Ieri si è messa a piangere dall’emozione perché erano sdraiati l’uno accanto all’altra e lui, con finalità in realtà esclusivamente alimentari, si è girato verso la sua guancia con la bocca e il caso ha voluto che schioccasse le labbra in quello che era proprio un bacio.  Lei si è emozionata tantissimo e si è commossa. I due fratelli Alfa si somigliano ma meno di quanto mi sarei aspettata: gli Alfa sono tutti uguali, tutti fatti con lo stampino, non somigliano a nessuno che non sia da parte paterna. Claudia è la fotocopia della zia paterna ma a me pare che nemmeno sia parente, per dire. Adriano, invece, nonostante la pesante impronta alfesca, somiglia anche a me, ad occhio e croce ha le mie labbra e forse anche il taglio degli occhi. Considerato che giusto ieri notavo che somiglia ad una creatura a metà tra Magalli e Syd il bradipo non so quanto sia un bene ma tant’è.

E questo è quanto. Che dire…sono felice. Siamo felici. Sono stati nove mesi complicati, è difficile rimanere a letto da metà dicembre agli inizi di aprile quando si ha una bambina tutto sommato piccola, serve autocontrollo per rimanere lucidi davanti alla disillusione che le brutte esperienze lasciano nel cuore, serve pazienza per gli effetti collaterali delle terapie di supporto delle gravidanze a rischio ma…che il giovanotto fosse un tipo tosto lo sapevo dall’inizio, non so perché ne ero certa. E ora vi lascio, che sta facendo le smorfiette di uno che inizia ad avere una certa fame…

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Epifania – A volte ritornano

Ieri sera, per ragioni legate alla gravidanza, ho iniziato le punture di eparina. L’eparina è una mia vecchia conoscenza, mi ha accompagnata durante tutta la chemio, con il suo corredo di lividi e bozzi su braccia, pancia e cosce.

E così, mentre ero in fila in farmacia per comprare le medicine, ho avuto un’epifania. Come Proust. A lui con le madeleine a me con l’eparina. A ciascuno il suo, che volete che vi dica.  Suddetta epifania mi porta a dare un suggerimento a tutti voi. Scegliete bene chi vi fa le punture. Molto bene. Diffidate dai presbiti. Scherzi a parte, al di là di tutto ho un buffo ricordo dell’eparina. Ai tempi della chemio, mia madre aveva quasi cinquant’anni e da vicino non aveva esattamente la vista di un’aquila. Tuttavia, aveva un totale rifiuto per gli occhiali. Questa sia antipatia verso gli occhiali mi sarebbe anche stata bene se non fosse che era lei ad occuparsi delle mie iniezioni, per cui la faccenda diventava un problema anche mio.

Procedura.

Disinfettare la zona da zona interessata.

“Mamma, perché mi stai facendo la doccia con il disinfettante dalla spalla al gomito?” “Per sicurezza”.

Con un colpo secco infilare l’ago e premere lentamente lo stantuffo.

L’inizio della fine. Fu presto evidente perché l’area disinfettata era pari a tutto il braccio. Mamma prendeva la rincorsa strizzando gli occhi. “Mamma, non sarà mica il caso che tu metta gli occhiali?” “No. Ci vedo”. Menzogna. Bugia. Balla clamorosa e spudorata. Altri due minuti a fare avanti e indietro con la siringa per prendere la mira.  Avanti e indietro. Avanti e indietro. Avanti indietro. Avanti e indietro, ancora più indietro e…zac! Siringa letteralmente scagliata contro il mio braccio da una distanza di circa 30cm (ossia lo spazio di messa a fuoco della mamma). Un’iniezione fatta seguendo le regole delle partite a freccette nei pub scozzesi. Ogni sera. Per sei mesi.

Mentre l’epifania si dissolveva e io venivo risucchiata via dai miei ricordi per essere riconsegnata al mio presente, ho pensato brevemente che forse quella gran quantità di lividi e bozzi non fosse dovuta tanto al liquido denso, quanto al garbo con cui le punture venivano effettuate. Stavolta andrà meglio, mi sono detta. Stavolta c’è Maschio Alfa. Maschio Alfa ce la può fare.

Ieri sera, momento della puntura.

“Queste dove si fanno? Dietro?

“Non sono sicura, all’epoca le facevo sulle braccia ma ora è estate, non mi va di girare con le braccia massacrate”

“E allora dove?”

“Sulla pancia. Te la senti di farmela lì?”

“No. Sul pancione mi fa senso, non mi fido”

“E allora falla sulla coscia, dai, tanto non giro in minigonna”

“Ok”

Maschio Alfa disinfetta un punto sulla coscia e toglie il tappino alla siringa. Alza il braccio. Esita.

“Sai una cosa, Mina?”

“Cosa?”

“Saranno gli -anta che si avvicinano ma inizio ad avere qualche problema a vedere da vicino…”

Non importa quali iniezioni dobbiate fare e perché, ma datemi retta: scegliete con cura i vostri infermieri!

Coraggio, ad occhio e croce dovrò fare solo una cinquantina di punture…

 

 

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