Epifania – A volte ritornano

Ieri sera, per ragioni legate alla gravidanza, ho iniziato le punture di eparina. L’eparina è una mia vecchia conoscenza, mi ha accompagnata durante tutta la chemio, con il suo corredo di lividi e bozzi su braccia, pancia e cosce.

E così, mentre ero in fila in farmacia per comprare le medicine, ho avuto un’epifania. Come Proust. A lui con le madeleine a me con l’eparina. A ciascuno il suo, che volete che vi dica.  Suddetta epifania mi porta a dare un suggerimento a tutti voi. Scegliete bene chi vi fa le punture. Molto bene. Diffidate dai presbiti. Scherzi a parte, al di là di tutto ho un buffo ricordo dell’eparina. Ai tempi della chemio, mia madre aveva quasi cinquant’anni e da vicino non aveva esattamente la vista di un’aquila. Tuttavia, aveva un totale rifiuto per gli occhiali. Questa sia antipatia verso gli occhiali mi sarebbe anche stata bene se non fosse che era lei ad occuparsi delle mie iniezioni, per cui la faccenda diventava un problema anche mio.

Procedura.

Disinfettare la zona da zona interessata.

“Mamma, perché mi stai facendo la doccia con il disinfettante dalla spalla al gomito?” “Per sicurezza”.

Con un colpo secco infilare l’ago e premere lentamente lo stantuffo.

L’inizio della fine. Fu presto evidente perché l’area disinfettata era pari a tutto il braccio. Mamma prendeva la rincorsa strizzando gli occhi. “Mamma, non sarà mica il caso che tu metta gli occhiali?” “No. Ci vedo”. Menzogna. Bugia. Balla clamorosa e spudorata. Altri due minuti a fare avanti e indietro con la siringa per prendere la mira.  Avanti e indietro. Avanti e indietro. Avanti indietro. Avanti e indietro, ancora più indietro e…zac! Siringa letteralmente scagliata contro il mio braccio da una distanza di circa 30cm (ossia lo spazio di messa a fuoco della mamma). Un’iniezione fatta seguendo le regole delle partite a freccette nei pub scozzesi. Ogni sera. Per sei mesi.

Mentre l’epifania si dissolveva e io venivo risucchiata via dai miei ricordi per essere riconsegnata al mio presente, ho pensato brevemente che forse quella gran quantità di lividi e bozzi non fosse dovuta tanto al liquido denso, quanto al garbo con cui le punture venivano effettuate. Stavolta andrà meglio, mi sono detta. Stavolta c’è Maschio Alfa. Maschio Alfa ce la può fare.

Ieri sera, momento della puntura.

“Queste dove si fanno? Dietro?

“Non sono sicura, all’epoca le facevo sulle braccia ma ora è estate, non mi va di girare con le braccia massacrate”

“E allora dove?”

“Sulla pancia. Te la senti di farmela lì?”

“No. Sul pancione mi fa senso, non mi fido”

“E allora falla sulla coscia, dai, tanto non giro in minigonna”

“Ok”

Maschio Alfa disinfetta un punto sulla coscia e toglie il tappino alla siringa. Alza il braccio. Esita.

“Sai una cosa, Mina?”

“Cosa?”

“Saranno gli -anta che si avvicinano ma inizio ad avere qualche problema a vedere da vicino…”

Non importa quali iniezioni dobbiate fare e perché, ma datemi retta: scegliete con cura i vostri infermieri!

Coraggio, ad occhio e croce dovrò fare solo una cinquantina di punture…

 

 

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Perché scrivere del cancro?

Un grande classico tra i consigli dei “non addetti ai lavori” durante e dopo la chemio è quello di fare finta di niente. Specialmente dopo, meno se ne parla e meglio è. Prima si dimentica e prima si potrà tornare ad una vita normale. Generalmente è un tipo di affermazione che mi suscita sempre grasse risate perché, come detto e ripetuto qui e in tutte le altre sedi possibili, dimenticare non solo non è possibile, ma non è nemmeno necessario. Al contrario di quanto viene spontaneo credere a chi non ci è mai passato, per una persona che ha conosciuto il cancro, specialmente dopo la fine delle cure, parlarne è importante. Ma non sempre è così semplice esternare con le parole quello che si prova. La voce si spezza, le lacrime escono da sole, i singhiozzi rendono impossibile parlare, ci si interrompe per non scoppiare a piangere. Ed è un peccato, perché se un evento scatena una tale reazione significa che esternare i propri sentimenti è ciò di cui si ha bisogno. E’ in questi casi che la scrittura si dimostra un’amica preziosa.

Scrivere, spesso più che raccontare, aiuta a distaccarsi dall’accaduto. Si può fare finta di star raccontando la storia di un’altra persona e questo può facilitare il necessario distacco che porta poi ad osservare tutto in una prospettiva più lucida, più “ridimensionata”. Questo allontanamento da sé e dal proprio trascorso è un ottimo trucco per esorcizzare la paura: la paura che assale quando ci si rende conto di aver seriamente rischiato la vita, la paura che chiude la gola prima dei controlli di follow-up, la paura che si prova nei mesi successivi alla dichiarata remissione della malattia quando si presenta un sintomo banale che però riporta la mente ai sintomi tipici della malattia (nel mio caso una stupida tosse, o anche solo svegliarsi la notte sudati…e poco importa se è aprile inoltrato e tu stai sudando solo perché tuo  marito è convinto di vivere in Siberia e rifiuta di togliere il piumone). Osservarsi dall’esterno è importante e scrivere è forse il modo più immediato per riuscirci, sebbene forse il più complesso da iniziare.

Scrivendo quanto gli è accaduto, un (ex) malato ha la possibilità di comprendere meglio gli eventi, di restituirgli una linea temporale corretta, il che è utile perché spesso si perde il filo degli eventi presi come si è dal vortice della diagnosi. Non solo si può comprendere meglio la malattia ma si può comprendere meglio se stessi. Scrivendo si ha modo di imparare a conoscersi di nuovo, perché la malattia inevitabilmente cambia. La malattia cambia le persone sempre all’interno dei binari della loro personalità ma le cambia…e dover fare i conti con una nuova versione di sé può essere tanto interessante quanto destabilizzante.

Una volta che si sarà provveduto a mettere da parte tutti questi risultati, allora si potrà finalmente ricominciare a considerare se stessi come persone e non come (ex) malati di cancro. Ecco spiegato perché raccontare, o scrivere, della malattia è importante. Il lavoro da fare su stessi è enorme, è un percorso lungo, pensare di saltarlo a piedi pari è insensato e non nell’interesse della persona in questione.

Io l’ho provato sulla mia pelle. Per anni non ho affrontato la questione se non in maniera estremamente superficiale. Le conseguenze sono state tante e se non avessi iniziato a scrivere ora la mia vita sarebbe sicuramente molto diversa, la mia mente non sarebbe così libera, la questione non sarebbe stata accettata.

Nel mio caso, il mezzo utilizzato è stato il blog.  Ho deciso di avvalermi del web. Perché? Fondamentalmente per una questione di immediatezza dell’impatto. Dal web io ho la possibilità di parlare di prevenzione e diagnosi precoce raggiungendo molte persone e raggiungendole subito. Trattandosi di un argomento che nel nostro Paese è preso estremamente sottogamba, cercare di arrivare a quante persone più possibile con qualsiasi mezzo è importante, specialmente se tu sei la prova vivente di quanto spesso la diagnosi precoce sia un’utopia, specialmente se sei giovane. Inoltre, attraverso il blog, ho avuto la possibilità di entrare in contatto con molti malati ed ex malati, ricevendo e offrendo riscontri in tempo reale, esattamente nel momento in cui ce ne era il bisogno (cosa che con il libro, ovviamente, non mi è stata possibile) creando con loro una rete molto fitta e umanamente preziosa. Inoltre, mentre un libro ovviamente è appannaggio esclusivo di chi è interessato all’argomento, su un blog ci si può capitare anche per sbaglio. Spesso ho avuto modo di entrare in contatto con persone che non erano in alcun modo interessante all’argomento principale del Codice di Hodgkin ma che poi, leggendo qua e là si sono trovate davanti a falsi miti sfatati, a consigli utili e persino ad onco-episodi divertenti…molte donne hanno scoperto l’esistenza delle visite senologiche gratuite del mese di ottobre proprio passando per caso dal mio blog e questo mi rende molto orgogliosa, mi fa capire che quello che faccio ha un senso.

Infine, per avere la possibilità di aiutare nell’immediato persone che non ricevono il dovuto supporto in famiglia.

Consiglio dunque a tutti di scrivere? Sì. Consiglio dunque a tutti di aprire un blog? Assolutamente no. Non ci si improvvisa nulla, nella vita, tanto meno cancer-blogger. Esporsi con un numero altissimo di persone comporta degli aspetti che possono essere complicati da gestire. Non si può decidere di aprire un blog e poi non rispondere alle mail, ad esempio. Non si può leggere una mail e dire “in questo momento non voglio prendere l’argomento, per motivi completamente legittimi, e non risponderò”.  Non è corretto. Non è una scelta fattibile quella di decidere di esporsi in maniera così totale per poi girarsi dall’altra parte quando ci viene chiesto un riscontro, perciò…se non si è pronti a farsi carico di tutti gli aspetti completi della vita del cancer-blogger è meglio lasciar stare e scrivere per se stessi, o col fine ultimo di pubblicare un libro.

L’importante è sempre quello, credo di averne fatto cenno una o due (mila) volte: comunicare, comunicare, comunicare.

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Figlio del coraggio

Piccolo Imperatore,

Se tua sorella nasce da una speranza sfolgorante e quasi ingenua, tu sei figlio del coraggio. Perché per avere te, credimi, ho veramente dovuto attingere alle ultime stille di coraggio che conservavo da qualche parte, nascoste sotto cumuli di disperazione e solitudine. E’ lì che sei germogliato tu. Tu contro le statistiche, tu contro un corpo che anche stavolta è stato aggressivo e inospitale, che abbiamo dovuto sedare perché si facesse culla. E così come fu con tua sorella, io dalla nostra parte avevo una cosa sola: l’incomprensibile e totalmente ingiustificata certezza che stavolta le cose sarebbero andate diversamente. Qualcosa che andava al di là delle inevitabili notti insonni prima delle ecografie, al di là dei pensieri che avrebbero potuto aggredirmi durante le lunghe settimane trascorse a letto, al di là del fatto che un altro “mi dispiace, non c’è battito” non lo avrei retto. Come se tu credessi senza riserve nelle tue possibilità, e se ci credevi tu, dovevo crederci per forza anche io.

Non è stato facile, sinora: le medicine, i loro effetti collaterali, le continue visite con una moltitudine di specialisti diversi, la comprensibile ma al contempo avvilente cautela di chi, con o senza camice bianco, ti invita a sperare per il meglio ma aspettarti il peggio, le balle raccontate per giustificare una totale sparizione dalla circolazione, papà che si è dovuto fare totalmente carico della casa, di tua sorella, di me. Parliamoci chiaro: gravidanze come questa vanno avanti solo quando hai un Uomo come tuo padre accanto, che da mesi gira come una trottola fino a crollare sul divano russando con gli occhi aperti pur consentirmi di non fare praticamente niente. Non a caso è un Maschio Alfa, sai.

No, non è stato facile, sinora. Ma siamo quasi a metà strada e mi sento bene, quel bene che viene da dentro e che surclassa ogni effetto collaterale, ogni limitazione della libertà di movimento, al di là di ogni “ma sì, signora, facciamo anche questo accertamento o questa consulenza, non si sa mai”.

Ma alla base di tutto questo ci sei tu. Tu che hai cominciato a farti sentire prestissimo, come se dovessi assicurarmi della tua presenza. Adriano come l’imperatore. Fratello piccino di Claudia, Claudia come la principessa sorella di Augusto, quella che ti sta rintronando di ciarle.

Coraggio, ragazzo mio, siamo quasi a metà strada e il bello deve ancora venire, e tu hai ancora un mucchio di cose da fare entro il 20 agosto o giù di lì…sembra un sacco di tempo ma passa in fretta.

Con amore

Mamma

 

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La Casina delle Civette e dei bambini

Non lo faccio mai ma oggi vorrei proprio dare una dritta a chi, turista o romano, volesse passare con i bambini un bellissimo pomeriggio in questa città, in un luogo che consente anche di accostare alla cultura i piccoli. Sapete che sono sensibile al tema, che da quando è nata ho sempre portato Claudia, che compirà tre anni a giorni, a mostre fotografiche, musei, fiere del libro e quant’altro. Siamo grandi sfruttatori delle prime domeniche del mese gratis al museo. Sono dell’idea che, con un certo tipo di lavoro da parte dei genitori, qualsiasi bambino può divertirsi in un museo. Basta metterci pazienza, fantasia e buona volontà. Se ce la fanno i bambini dell’Europa del nord, non c’è motivo per cui non ce la possano fare anche i nostri. Se avete bambini di 3-4 anni che non sono mai stati in certi ambienti ma con cui vorreste condividere un momento di bellezza, cultura, magia e corse sfrenate, ho il posto che fa per voi.

Roma può vantare bellissime ville storiche, immerse in parchi altrettanto belli. Chi visita la città, ma anche i romani stessi, difficilmente si negano il piacere di un giro a Villa Borghese, Villa Pamphili o Villa Ada. C’è un gioiello, però, che purtroppo viene sottovalutato e che è Villa Torlonia. Il suo parco è più piccolo rispetto a quello delle sue “sorelle” più blasonate, sicuramente ha una bellezza meno selvaggia di Villa Ada e meno signorile di Villa Borghese ma…è un posto magico, specialmente in virtù di alcuni edifici che è possibile visitare.

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(piccolo scorcio del parco)

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(Cluadia che…boh, forse cerca folletti dentro al pino)

La vera magia di Villa Torlonia arriva, non ho dubbi, dalla Casina delle Civette. La Casina delle Civette è una casina liberty estremamente particolare, che sembra uscita da una favola. Tegole coloratissime, scale esterne che chissà dove conducono, balconcini, vetrate spettacolari, torrette, non c’è bambino al mondo che potrebbe resisterle, incluso il bambino che resta dentro ciascuno di noi.

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(qui potete vedere la facciata meno affascinante della Casina. Stavo giocando con Claudia, perciò mancano foto delle angolazioni più belle. Cercate su Google o andate sulla fiducia)

Con i bambini, il gioco-visita inizia già all’esterno. Le civette che danno il nome alla costruzione dove sono? Non ve lo dico. Andatele a cercare con i vostri bambini, girate attorno all’edificio, osservate i disegni sulle vetrate, sulle porte. Cercate le civette. Chi le trova per primo, ha vinto! La Casina delle Civette è adatta anche ai bambini meno abituati ad ambienti museali perché le stanze sono pressoché vuote ma al contempo, per rubare il termine usato da Claudia, “magichissime”. Non ci sono teche, quasi non ci sono mobili d’epoca (mi vengono in mente, su due piedi, solo una consolle del 1920, delle boiseries che però non hanno alcuna attrattiva per un bambino e due o tre pareti di vetro), non c’è praticamente nulla che possa far venire i capelli bianchi ad un genitore. Quel che c’è da ammirare, alla Casina, è…la Casina stessa. Con il proprio bambino è estremamente divertente osservare ciascuna finestra e trarre una serie di conclusioni. Tanto per cominciare, una cosa cui abbiamo fatto caso io e Claudia, è che si chiamerà anche Casina delle Civette, ma sulle vetrate sono riprodotte molte più rondini, che civette, rondini nel vetro, rondini nel metallo. Cercate anche quelle. Divertitevi a immaginare il perché ci siano più rondini che civette e quando arriverete a poter osservare da vicino la vetrata che potete vedere qui sotto, prendete in braccio i vostri figli e fategli vedere quanto sono meravigliose le pietre che accendono gli occhi delle civette.

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(mamme, papà…io vi faccio vedere queste due, di civette. Le altre però trovatevele da soli e smettetela di barare!!!)

Altra cosa che si può far notare ad un bambino, e che probabilmente noterà lui per primo, è che all’interno della Casina è riprodotta moltissima uva. Parlate dell’uva, del vino, chiedete ai bambini se gli piace l’idea di vedere frutta riprodotta sui muri (il bagno, ad esempio, è decorato con bellissimi limoni). Qua e là troverete disegni di prova delle vetrate. Quale piace di più a voi? Quale piace di più ai vostri bambini? Oh-oh…se siete stati attenti e avete fatto per bene il giro di tutta la Casina, sicuramente i vostri bambini avranno notato una scala che sembra portare sul tetto, e che invece conduce ad una finestra che, ovviamente è chiusa. Salendo quella scaletta, comunque, si ha la possibilità di osservare da vicino le tegole e le torrette, per cui vale la pena salirci. Ora, al piano di sopra, troverete una scala che scende proprio verso quella finestra chiusa…fatela notare ai bambini.

Mentre vi aggirate per le stanze, immaginate tutti di essere i principi che un tempo abitavano in quella casa. Chiedete ai bambini dove vorrebbero la loro cameretta, se quella fosse casa loro, se gli piacerebbe avere una casa fatta come quella. Al piano di sotto, poi, rimanete qualche minuto ad osservare questa installazione

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(mai foto rese meno giustizia a qualcosa di bellissimo)

Dalla foto non si capisce assolutamente niente, lo so. Ma era così bello quel che vedevo, che ho voluto godermelo con i miei occhi, non ho voluto dedicargli tempo attraverso la macchina fotografica. Ad ogni modo, dal soffitto pendono specchietti rettangolari che ruotano su se stessi riflettendo la luce. Su ciascuno specchio c’è una foglia e delle parole come “anima”, “cuore”, “un posto nel…” e tante altre. Al di là della bellezza in sé di questa stanza e della poesia dell’installazione, qui c’è un altro gioco da fare con i bambini. Gli specchietti ruotano piuttosto velocemente e la parola che vi è scritta sopra è in corsivo. Non è così immediato riuscire a leggere cosa vi è scritto. Se avete bambini già capaci di leggere, fateli divertire a leggere abbastanza in fretta. Altrimenti divertitevi voi ad essere abbastanza rapidi e riferite ai vostri piccoletti.

Dopo la Casina delle Civette, abbiamo visitato il Casino Nobile, con i suoi affreschi, i mosaici, le statue e i dipinti. Ora, il consiglio che vi do io è quello di muovervi al contrario rispetto come abbiamo fatto noi, se i vostri figli hanno pazienza limitata e poca confidenza con i musei. Il Casino Nobile, per loro, sicuramente è meno affascinante. Portateli prima lì, finché sono freschi, poi alla Casina delle Civette, che sicuramente ruberà l’attenzione anche di un bambino stanco. Con ciò, non voglio affatto dire che i bambini non si possano divertire anche qui, tutt’altro. Specialmente se avete delle bambine, anche se refrattarie alle principesse come la mia, una sala da ballo è pur sempre una sala da ballo…

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Anche con quadri e statue si possono stuzzicare la fantasia dei bambini e farli divertire. Le statue sono quasi tutte decapitate? Provate a chieder loro “sei stato tu a romperle?!”…saranno così divertiti all’idea di accollarsi la responsabilità che non gli verrà mai la fantasia di avvicinarcisi troppo e toccarle. Altra fonte di divertimento può essere quella di imitare con i bambini le pose delle statue o di far loro indovinare cosa stanno facendo. Al pian terreno c’è la statua di una donna che si allaccia la mantella. Spiegate loro che una volta non esistevano le giacche o i cappotti e si usavano le mantelle. Al secondo piano molte delle statue suonano la cetra. Fateglielo notare. I mosaici possono anche loro catturare l’attenzione dei bambini. Provate a chiedergli cosa vedono. Risponderanno di vedere “un quadro per terra”, probabilmente. Accucciatevi accanto a loro e osservate invece le minuscole tessere che li compongono. Se avete figli cui piacciono i puzzle, troveranno i mosaici molto affascinanti e se invece non hanno dimestichezza coi puzzle…be’, un mosaico può essere uno spunto per iniziare a conoscere anche quelli.

Per i quadri, non perdetevi d’animo. Magari prendete i bambini in braccio un paio di minuti per farglieli osservare bene e cercate di interpretare insieme l’immagine. Guardate questo affresco:

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Sapete come lo abbiamo interpretato io e Claudia? La ragazza al centro, evidentemente ha mal di pancia. Sono in uno spazio aperto, in un prato, probabilmente ci sono dei cespugli di more o di mirtilli. Probabilmente, la ragazza ne ha mangiati troppi e ora ha un gran mal di pancia, come si evince dalla posizione, dalle braccia conserte e dall’espressione piuttosto provata. Accanto a lei, un’altra signorina sta cercando di consolarla, la accarezza per farla stare meglio. La signora che la indica, sembra ombra di dubbio, sta dicendo “Te lo avevo detto o non te lo avevo detto che mangiare troppi mirtilli fa venire mal di pancia?! Sì che te lo avevo detto!”. Le due donne sulla sinistra, invece, si abbracciano con quell’espressione preoccupata per un semplicissimo motivo: scommettete che anche loro si sono ingozzate di mirtilli e ora hanno paura che venga mal di pancia anche a loro?! Il tema del non dare ascolto ai consigli viene trattato anche negli affreschi circostanti. Osservateli per capire cosa intendo.

Approfittate della propensione dei bambini a notare le piccole cose e guardatevi intorno così come farebbero loro. Cercate di prestare attenzione a quel che vi circonda e se notate qualcosa di particolare, richiamate anche la loro attenzione su quel che vi ha colpito.

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A me, ad esempio, ha molto colpito questa serie di porte. La foto forse rende poco l’idea ma da ogni porta si può vedere la cornice delle porte successive e ho chiamato Claudia per farglielo notare.

La nostra visita è finita qui.  Purtroppo si era fatto tardi e non abbiamo potuto visitare il teatro, così abbiamo lasciato giocare e correre Claudia nel parco. Dimenticavo, posso darvi un altro piccolo suggerimento se avete bambini dai 4 anni cui piace osservare le stelle e i pianeti. Al momento, il planetario di Roma è chiuso, così, all’interno di Villa Torlonia, hanno aperto Technotown, che sostituisce il planetario. A Technotown, potrete assistere agli spettacoli all’interno del planetario gonfiabile.

Questo è solo un piccolo suggerimento su come passare una bellissima giornata a Roma, in un luogo non affollato dai turisti, purtroppo poco considerato anche da noi romani e che consente di visitare luoghi bellissimi con i bambini, consentendo loro di avvicinarsi alla cultura per poi correre a perdifiato appena fuori da questi musei.

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L’opportunità di un futuro

Avevo pensato di scrivere qualcosa circa le tristi storie che abbiamo letto in questi giorni, ossia quella della ragazza di diciotto anni, malata di leucemia, morta perché i genitori hanno rifiutato le cure e della giovane mamma, malata di cancro al seno, che ha lasciato orfano un bambino di quattro anni per lo stesso motivo. Entrambe, si sono affidate a metodi che con la scienza e la medicina non hanno nulla a che fare, a persone prive di qualsiasi deontologia professionale, spesso radiati dall’albo, prive di umanità. In una parola: sciacalli. Ho iniziato cento post diversi e altrettanti ne ho cancellati, sono in seria difficoltà.

In entrambi i casi, le possibilità di guarigione erano altissime per entrambe: l’80% per la ragazza affetta da leucemia e il 93% per la giovane mamma. Nessuno avrebbe potuto dare loro la certezza di guarire, quella, tranne i ciarlatani, non può darla nessuno, ma le loro chance erano altissime e lo sapevano.

Vorrei poter dire quel che penso, esprimerlo in maniera sensibile, lucida, chiara, razionale ma non posso. Non ci riesco. Quando la rabbia e lo sconcerto prendono il sopravvento è meglio tacere, specialmente davanti ad un bambino dell’età di mia figlia che crescerà senza una madre e davanti ad una ragazza appena più piccola di me quando mi ammalai che non avrà mai tutte le possibilità che la vita mi ha offerto in questi ultimi dieci anni. Non me la sento di entrare nel merito della questione, sono troppo scoraggiata, troppo preoccupata per la china che prendono certe situazioni, troppo impotente davanti alla cecità di chi si affida senza porsi dubbi a chi promette miracoli.

Io le conosco la paura e la disperazione. So cosa sono. E so come lavora certa gente. Le grandi città, nel loro complesso, sono fredde e alienano le persone, l’identità dei quartieri che le compongono, tuttavia, non è molto lontana da quella dei paesi in cui tutti sanno tutto di tutti e le voci girano in fretta. Mio padre aveva un bar e io lavoravo con lui, in zona mi conoscevano tutti, la notizia delle mie condizioni di salute fu presto di dominio pubblico. Una sera un tizio mai visto prima si presentò al bar di mio padre e, dopo un abile giro di parole, fatto di frasi come “la chemio la ucciderà” o “forse siete ancora in tempo” gli propose una cura fatta di erbe. Mio padre lo cacciò e io continuai con il mio percorso di cure.

Il linfoma di Hodgkin ha una percentuale di guarigione altissima, parliamo di oltre l’80%. L’aveva dieci anni fa e la ha oggi. Eppure, se mi fossi ammalata qualche anno prima del 2005, parlo di una ventina di anni prima, quindi in realtà pochi, probabilmente non ce l’avrei fatta, dato che la malattia era molto diffusa e avanti nella stadiazione. O magari sarei sopravvissuta, ma con conseguenze più pesanti. Magari mi avrebbero tolto la milza, come si faceva una volta per precauzione nei casi di linfoma. Ma la ricerca è andata avanti, non credete quando vi dicono che è ferma, perché non è vero. E’andata avanti e ora il linfoma è una malattia che, come diceva il mio ematologo, è chiamata “neve al sole” perché quasi sempre si scioglie letteralmente sotto i colpi della chemioterapia. Le terapie complementari per limitare gli effetti collaterali sono aumentate e anche le conseguenze a lungo termine sono sempre più gestibili.

Non entrerò nel merito dei due fatti di cronaca, delle polemiche ai limiti dell’assurdo sulla chemioterapia e sulle medicine alternative (e se sono alternative, non sono medicine, la medicina è una e basta) perché non credo sia il caso, ripeto, essendo molto coinvolta nell’argomento non riesco a tenere a freno la rabbia e quando c’è così tanto dolore in ballo non è il caso di lasciarsi andare.

Ma una cosa ve la posso dire: negli ultimi dieci anni io avuto la possibilità di continuare a studiare, di viaggiare, di lavorare, ho avuto le mie delusioni, i miei stress, ho conosciuto mio marito e mi sono innamorata, ho avuto lutti e momenti di dolore, ho avuto una bambina meravigliosa, ho letto centinaia di libri, ho incontrato molte persone e ho potuto imparare qualcosa da tutti, ho riso tanto, ho avuto la possibilità di stendermi sull’erba a guardare la forma delle nuvole, di fare progetti per il futuro…io ho avuto l’opportunità di un futuro.

E questo futuro, questi dieci anni meravigliosi che ho alle spalle, tutti, nessuno escluso, così come i giorni che verranno sono un regalo della medicina e dei medici. E mi dispiace quando altri si negano, per motivi nel merito dei quali non voglio entrare qui, lo stesso futuro che ho io, o quanto meno la possibilità di averlo.

Parlate con i vostri medici. Se pensate che ci sia qualche cura alternativa alla chemio, se venite contattati da persone che vi propongono un miracolo senza effetti collaterali, se la disperazione vi spinge verso strade poco battute e poco chiare, parlate con i vostri oncologi. Sono certa che saranno ben lieti di rispondere alle vostre domande e demoliranno in dieci minuti, fornendovi spiegazioni scientifiche, le varie teorie fatte di bicarbonato e fuffa, di diete e cattiva fede.

 

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