Metamorfosi

 

La mia prima chemio trascorse in modo indolore e non ebbi alcun effetto collaterale. Il lunedì successivo mi recai in ospedale per l’emocromo. Dopo il prelievo, io e mia madre ci concedemmo una passeggiata perché l’ematologa ci aveva chiesto di rimanere nei paraggi in attesa dei risultati del prelievo. Trattandosi del primo emocromo dopo la prima chemio, voleva valutare bene la reazione del mio corpo. Dall’ospedale percorremmo a piedi i viali alberati e silenziosi che portavano al laghetto artificiale dell’Eur. Da lì procedemmo lungo viale Europa. Si erano fatte le dieci del mattino e mi era venuta fame. Ci fermammo a mangiare un panino da McDonald’s (ebbene si, non sono una salutista e ho l’insana passione per il cibo spazzatura, allora?!). Tornammo indietro, e ci sedemmo su una panchina davanti al laghetto artificiale. Ogni volta che passo di lì, la mia mente vola a quel giorno ed a quella mattinata madre-figlia che purtroppo prima di allora era capitata pochissime volte e che non potrà capitare mai più. Ad un tratto ricevetti una telefonata dal mio ex suocero: aveva il risultato dei prelievi ed era molto buono. In seguito, non fui altrettanto fortunata, ma ero preparata all’idea che andando avanti le terapie sarebbero diventate più difficili da smaltire e quindi non mi lasciai andare. Delle mie dodici chemio, la prima metà fu relativamente facile. Ero, tutto sommato, energica e propositiva. Psicologicamente, ero una roccia. Fisicamente non proprio ma tenevo duro. L’umore era buono. Dopo i mesi terribili che avevo passato, fare chemio non mi sembrava così tremendo. Quanto meno sapevo cosa stava succedendo. Ero fiacca, vivevo sotto una campana di vetro, ero malata. Ma ero consapevole e padrona della situazione e questo mi bastava.  

Un cambiamento incredibile era avvenuto in pochissimo tempo. Siete liberi di non crederci, ma prima della chemio io non attaccavo bottone facilmente come mi capita di fare ora. Sin da piccola ho avuto la tendenza a stare per conto mio e limitare i miei contatti umani. Poco popolare a scuola, pochi amici, poca vita sociale. Felicissima nella mia misantropia, spesso infastidita dal solo stare in mezzo ad altre persone, d’altra parte, sono pur sempre dello scorpione! L’università mi piaceva moltissimo e per la prima volta in vita mia iniziai a provare piacere nella compagnia di altre persone, forse perché condividevamo un grande amore per le lingue. Sicuramente l’università mi aiutò a sbloccarmi ma mai e poi avrei pensato che il day-hospital potesse sortire un effetto ancora più prorompente.

Sono certa che la mia fosse una reazione fortissima non solo alla mia malattia, ma anche alle malattie delle altre persone che frequentavano il reparto. Reagivo a tutto il dolore che mi circondava ridendogli addosso. In quel periodo ero la più giovane tra i pazienti in cura nel reparto di ematologia e in breve divenni la mascotte.  Mi conoscevano tutti. D’altra parte, in quel posto stonavo parecchio. Tanto per cominciare, almeno fino alla prima metà delle terapie, avevo una gran bella cera. Guardandomi non si sarebbe mai detto che stavo curando un cancro. Ero addirittura spavalda. Dovevo fare chemio? Ok. L’avrei fatta, non avevo scelta, ma le regole le avrei dettate io. E così io facevo il mio ingresso in reparto sfoggiando eleganti completi giacca-pantalone, jeans attillati (a quei tempi pesavo 50/52 kg e me lo potevo permettere!), trucco impeccabile, tacchi alti e unghie lunghissime (proprio io che le ho sempre mangiate!). Non era una mera questione di vanità femminile. Era una dura presa di posizione contro l’invasore. Non gli avrei mai permesso di scalfirmi. Il mio corpo era mio da molto prima che lui cercasse di impossessarsene e avrei venduto cara la pelle. Facevo di tutto per impedirgli di trasparire sul mio volto e ci riuscivo bene. Poco importava se di lì a qualche ora mi sarei ritrovata piegata in due sul water a dar di stomaco, quello non potevo evitarlo. Potevate star certi che dopo essere corsa in bagno sarei andata in cucina come se nulla fosse a mangiar qualcosa, oppure sarei tornata a studiare o a giocare a carte con mio nonno.

Non potevo frequentare luoghi affollati, non potevo assolutamente permettermi di buscarmi un raffreddore, non potevo andare all’università e, di fatto, non potevo avere una vita completamente normale. Mi stava anche bene, ma avrei vissuto al massimo con quelle che erano le mie risorse, ed erano veramente molte. Più di quelle che pensavo di avere. Molte persone mi dicono che al posto mio non avrebbero mai reagito in questo modo, che si sarebbero lasciate andare. Era quello che dicevo anche io prima di ritrovarmi invischiata in quella situazione. La forza si trova. Non so dove ma si trova.

Gli amici dell’università furono fantastici. Una mia compagna di corso, Sonia, che abitava vicino casa mia, si premurava di farmi avere i libri e le dispense, mi prestava i suoi appunti e recapitava le mie tesine ai docenti. Lei non frequentava esattamente tutti i miei corsi, così potevo contare su altri amici (l’altra Sonia e Stefano in primis) che facevano avere a lei il materiale didattico da consegnarmi. Un’organizzazione impeccabile. Li ringrazio dal più profondo del cuore per avermi aiutata a continuare a studiare. Per me era fondamentale mantenere un minimo di normalità, adattare le mie vecchie abitudini alla nuova condizione.

Ogni lunedì mattina, che dovessi fare chemioterapia o dovessi semplicemente fare l’emocromo, varcavo la soglia del reparto a testa alta e passo svelto, con i libri dell’università nella borsa. I posti a sedere erano pochi e io non me la sentivo di occupare una sedia che sarebbe servita molto di più a qualche altro malato, tanto più che tra noi c’erano molte persone di una certa età. Non potevo, tuttavia, neanche pensare di stare in piedi anche tre o quattro ore in attesa che mi chiamassero per le terapie o per la visita. Così avevo scelto un posticino dove sedermi: nella sala d’aspetto c’era, oltre alle poltroncine, una scrivania con sopra un cartello con su scritto a caratteri cubitali “vietato sedersi”. Potevo forse aspirare a qualcosa di meglio? In uno slancio di trasgressione (cosa decisamente non da me) decisi che quello sarebbe stato il mio posto ufficiale, piazzando il mio fondoschiena proprio sul cartello “vietato sedersi”. D’altra parte, occhio non vede, cu…ore non duole. Se il cartello non si vede, il divieto non esiste.  Mi sedevo lì, tiravo fuori i miei libri, il mio evidenziatore e cominciavo a studiare.

Fare chemioterapia è un impegno. Fare chemioterapia con un libro di filosofia dei linguaggi in mano e uno di filologia germanica in borsa è un’esperienza che batte qualsiasi sport estremo. La mia condizione di raggio di sole del reparto (non trasudo modestia ma la realtà era quella) non sempre mi consentiva di studiare con la concentrazione che dedicavo di solito all’impresa perché avevo una serie di pubbliche relazioni da curare. Dovevo salutare tutti i compagni di (s)ventura, scambiare una battuta con i medici, tirare su il morale di chi non riusciva a reagire. Mi cercavano tutti perché in breve mi resi conto che di sorrisi lì se ne vedevano veramente pochi. Prendevo il mio ruolo di distributore ufficiale di buon umore molto sul serio perché lì ce n’era un bisogno disperato. Mi resi conto che ero improvvisamente diventata una persona diversa: solare, ottimista, sere IO ne avevo un bisogno disperato.

Mi resi conto che ero improvvisamente diventata una persona diversa: solare, ottimista, serena, socievole. Tutto questo grazie al cancro. La vita sa metterci sulla retta via nei modi più impensabili, non trovate? 

 

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14 Responses to Metamorfosi

  1. timenn says:

    Romina, parole e sensibilità profondissime…
    Mi sarebbe decisamente piaciuto condividere… i tempi della mia chemio con te…
    Di sorrisi pure io non ne vedevo e non brillava neppure il mio.
    Pensa che all'ultima chemio… mi sono presentata in reparto per poi decidere che ne avevo abbastanza… stavo troppo male.
    C'e' voluto del bello e del buono per convincermi.
    Una manciata di buonumore forse avrebbe aiutato…
    Forse anche chiarirmi la durezza del "tipo particolare" di chemio che stavo facendo… mah…
    Me lo hanno detto invece solo alla fine: complimenti signora, nel nostro istituto questo tipo di chemio la sopporta per tossicità il 65% di pazienti…. MANNN e dirmelo? Forse avrei capito meglio il "tanto" star male… Ma tant'e'
    Raggio di luce, sono certa che la tua solarità conquistata  ha aiutato te e le tante persone che in genere gravitano nei reparti di oncologia.
    E… sì, è vero… la tua malattia ha evidentemente fatto di te una persona diversa, forse migliore…
    Di sicuro, da quello che leggo nel tuo blog, decisamente interessante blog e Romina ).
    Un abbraccio e felice di conoscerti
    Claudia

  2. RominaFan says:

    @Timmen: credimi, sono stata solo molto, molto fortunata, tutto qui…
    "Mi sarebbe decisamente piaciuto condividere… i tempi della mia chemio con te…", che emozione, non me lo aveva mai detto nessuno…
     

  3. utente anonimo says:

    Ciao Romina,

    ho un anno meno di te, e ritrovo la freschezza della nostra comunque (?) ancor giovane età, nonostante tutto… Non ho mai vissuto, grazie al cielo, la tua esperienza, neanche come familiare, ma tu la rendi molto vicina, comprensibile. Hai enormi capacità comunicative e mi risulta difficile che una misantropa possa aver scelto di studiare proprio la forma principe della comunicazione: il linguaggio… Forse quel che pensavi essere misantropia non era altro che timidezza che la malattia, e quindi il confronto con un pericolo reale e tangibile, ti ha aiutato a superare… Complimenti, sei di grande ispirazione!
    Francesca

  4. utente anonimo says:

    E' sempre commovente e emozionante,leggerti…….Dalle tue righe traspare, un confortante amore per la vita e gratitudine per la salute riconquistata; mai rabbia, mai ! Nonostante tu abbia dovuto affrontare anche il dolore per la morte della tua mamma. Sei veramente un raggio di sole! Un abbraccio da Arcobaleno

  5. wolkerina says:

    Io ti credo, cara Romina! E' capitato, sta capitando anche a me. Mi accorgo che paure antiche si son dissolte, e mi è più facile "attaccar bottone". Sto evolvendo, in modo più lento del tuo, ma i passetti ci sono!

  6. utente anonimo says:

    Ciao Romina,
    ti leggo e ti cerco da qualche settimana…
    seppur da 'accompagnatrice' (ma non di chemio, era troppo tardi) anche io ho provato una metamorfosi

    la mia mamma se ne e' andata da poco e nelle notti insonni penso proprio a quelle cose madre-figlia che non potranno capitare mai piu'

    un abbraccio
    squa

  7. RominaFan says:

    Francesca: sai, io ho sempre scritto molto. Sicuramente è più facile per me tirare fuori certi sentimenti scrivendo piuttosto che parlando. Ho sempre scritto tanto ma solo per me e, eventualmente, pochissimi altri. Ma timida non lo sono mai stata. Potrei pararmi dicendo che a volte sembravo (e a volte sembro ancora) aggressiva perchè dipendeva dalla timidezza. No-no. Siamo onesti. Timida non lo sono mai stata. Arrogante, saccente e asociale (per puro senso di superiorità) si, però! Hai perfettamente ragione quando dici il confrontarmi con un pericolo concreto mi ha portata a cercare contatto con il resto del mondo, rispetto al quale mi sentivo tanto superiore…Mia sorella dice sempre che la malattia mi ha fatto bene perchè mi ha dato una bella raddrizzata. Ha ragione. Uno dei motivi per cui tutto sommato è stato un bene che mi ammalassi così giovane è che ho avuto modo a 21 anni di rendermi conto di molte cose e di essere, oggi, a quasi 28 anni, non esattamente un fiorellino di campo ma comunque una persona migliore di quella che ero…
    Quanto alla freschezza, ma sai, a volte mi sento tremendamente vecchia. Quando cominciano i controlli di follow up, quando mi confronto con gli acciacchi che derivano dalla chemio, quando ascolto miei coetanei che mi fanno sentire un'aliena…però poi passa e torno ad essere il solito pagliaccio! Ammazza che pistolotto che ho scritto! Grazie del pensiero, cara, un abbraccio!

    Arcobaleno: cara, la rabbia non serve a niente. Non cambia le cose. Cioè, se una persona ti fa arrabbiare, puoi andare lì e cercare di farla ragionare. Io avrei anche potuto parlare con la mia malattia, ma non era particolarmente propensa all'ascolto! A Roma si dice "a chi tocca non si ingrugna", vale a dire che se ti capita qualcosa di male è inutile che ti stai tanto a far girare le scatole. Risolvila e via! E poi, credimi, sarei un'ingrata se mi lamentassi. Non è stato bello ma ho visto situazioni infinitamente peggiori e mi rendo conto di essere stata super-fortunata, quindi non ho diritto di essere arrabbiata…Un bacione-one-one!

    Wolkerina: c'è un tempo per tutto. Ciascuno di noi ha dei tempi di reazione diversi. L'importante, tuttavia, è reagire e io sono felicissima che tu stia facendo un percorso di introspezione. By the way, ieri ho letto alcune pagine del tuo blog, brava!!

    Squa: ti posso capire perchè io ho perso mamma tre anni fa e mi sono ritrovata nel ruolo di accompagnatrice, anche io non di chemio perchè oramai era troppo tardi per quello. Non è facile ma si supera. Una volta una mia amica mi ha detto una frase che mi ha molto colpita. "Arriva il momento in cui il dolore diventa calore". Arriverà il momento in cui pensando a quei gesti madre-figlia non scapperà più la lacrimuccia, ma un sorriso…Un abbraccio…

  8. utente anonimo says:

    Ciao Romina, volevo solo dirti…. GRAZIE! Sto studiando per diventare medico e seguendo, quasi sempre in silenzio, i tuoi pensieri, quelli di Anna Lisa, di Mamigà, delle altre grandi donne come te, sto imparando tantissimo. Per uno studente di medicina il primo pensiero all'inizio dei tirocini in ospedale è non portarsi a casa la sofferenza delle persone malate con cui si ha a che fare quotidianamente, ci preoccupiamo tanto per mantenere quella distanza tra noi e i pazienti che ci permette di non stare male vedendo qualcuno che sta male. Mi sto rendendo conto che, per quanto sia davvero vitale per me mantenere un po' di quella distanza che mi permette di mantenere la lucidità davanti alla malattia, per imparare a svolgere il mio futuro lavoro, un sorriso, una parola di conforto al momento di giusto, un gesto di comprensione o un semplice sguardo possono essere utili ai pazienti tanto quanto una perfetta terapia medica. Grazie Romina, perchè sento che sto "rubando" a te e alle altre cancer-bloggers. Grazie di cuore, Ilaria

  9. RominaFan says:

    @Ilaria: mi fa sempre molto piacere quando mi vengono a trovare medici o futuri medici. Voi siete in una posizione molto scomoda. Riuscire a lasciare la sofferenza fuori dalla porta di casa senza diventare insensibili nei confronti dei pazienti non è facile, richiede un gran lavoro da parte vostra, che va a sommarsi alla parte "tecnica" della vostra professione, che già da sola vi mette molto sotto pressione. Sai, i due dottori che avevo in terapia intensiva li ho nel cuore. Erano giovani, competenti, si lasciavano dare del tuo e chiamare per nome (cosa che te li fa percepire come "amici", fonte di conforto), hanno trovato il modo di dirmi la verità senza che questa mi crollasse addosso, hanno sempre sorriso. Ti auguro dal più profondo del cuore che tu riesca a percorrere quella stessa strada, nonostante le difficoltà. Da paziente ti ringrazio per il fatto di leggere noi cancer-blogger. Per ascoltare la voce più intima dei pazienti. Sono io che ti ringrazio. A presto!

  10. utente anonimo says:

    Anch’io come Ilaria, da medico, “sfrutto” un po’ il tuo blog e quelli delle altre cancer-bloggers per imparare cose che sui libri di medicina non si trovano. Anche se poi come medico trasferisci molto di come sei come persona…e certe cose non si imparano. Se sei gentile, empatica,
    sensibile, sorridente nella vita probabilmente lo sarai anche nel lavoro, sennò è difficile diventarlo.E in questo modo di essere il vissuto personale è importante. Io per ora non ho avuto grandi
    problemi di salute ma da piccola ho sofferto molto per la separazione traumatica dei miei genitori. Non arrivo a dire che sia stata una fortuna aver sofferto, se fosse stato possibile me lo sarei evitato, ma di sicuro questa esperienza ha aperto nuove strade dentro di me. Quindi visto che non possiamo scegliere cosa ci capita possiamo almeno cercare di trarre qualcosa di buono da ogni esperienza, senza farci incattivire. Tu ci sei riuscita benissimo ! Samantha

  11. utente anonimo says:

    Ecco, io ero una di quelle persone che un sorriso e  una parola di qualcuno come te aggiustavano la giornata per dura che fosse…
    Angela

  12. utente anonimo says:

    cara romina
    è sempre un piacere leggerti, metti sempre buon umore e rendi le  cosi difficili ed impossibili, per me, possibili!
    grazie per queste tue pillole di saggezza ma, soprattutto, di gioia e serenità.
    ti abbraccio forte cenerentola,

  13. utente anonimo says:

    GRAZIE!
    Cristina

  14. RominaFan says:

    @ Samantha: grazie, ovviamente vale per te quello che ho detto anche ad Ilaria…penso sia molto bello che voi medici vi interessiate ai nostri blog. Mi dispiace per la tua brutta esperienza con la separazione dei tuoi, posso ben capire che è sicuramente qualcosa che fa soffrire e spinge alla riflessione. Non penso che la sofferenza renda migliori in senso stretto, però sicuramente dà una sensibilità diversa. Fanne tesoro. Grazie ancora…

    @ Angela: oh, ma che piacere leggerti di nuovo, ben trovata! Grazie mille per le tue parole…

    @ Cenerentola: credimi, io non sono wonder-woman…non ho fatto nulla di impossibile, ho fatto semplicemente quello che – volente o nolente – dovevo fare per forza. Tutto si può fare e tutti lo possono fare…e poi tu lo sai bene se come nick name hai scelto proprio Cenerentola! Insomma: era una sfigata di prima categoria, eppure era sempre tutta cinguettante!

    @Cristina: e di che?! Grazie a te per essere passata, piuttosto…un abbraccio!

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