Progetto mimosa: storie di donne e lavoro

Potrei e vorrei dire tante cose, ma preferisco che siano tutte le nostre voci a raccontare cosa vuol dire, nel 2014, essere una donna (e una madre) e voler lavorare…grazie di cuore a tutte voi che avete collaborato con me. Grazie anche a tutte le ragazze che mi hanno segnalato che durante i colloqui di lavoro risulta più importante chiedere se si è sposate o se si è competenti.

Romina, 30 anni, Lazio: “prima di diventare mamma sapevo che la vita delle donne sul lavoro è dura, e che sarebbe stata molto più facile se fossi stata un uomo. Ricordo che, anni fa, dovetti assentarmi spesso dal lavoro perché scoprii di avere un tumore benigno del timo e quindi avevo bisogno di sottopormi ad accertamenti. In ufficio cominciarono a girare due voci: una mi voleva di nuovo malata di cancro, l’altra mi voleva impegnata in cure per la fertilità (versione ispirata dal fatto che ero ingrassata). Un giorno, andai dal mio capo a chiedergli l’ennesimo permesso medico. “Devo preoccuparmi?” mi chiese. “No, non si preoccupi, non muoio…” risposi. “No, non temevo quello…io pensavo a qualcosa di peggio…”. Ovviamente, si riferiva ad una gravidanza. Della serie “se crepi mi importa poco, l’importante è che tu non sia incinta”.  Quando sono rimasta incinta, presso un altro ufficio, lavoravo da sette mesi con contratti di somministrazione da un mese l’uno, nonostante i patti iniziali prevedessero non solo un inquadramento migliore (che in teoria mi spettava, visto che il mio livello era più alto) e nonostante mi avessero promesso tre mesi di prova con l’agenzia e poi assunzione diretta per almeno due anni. Un venerdì mattina feci il test e il lunedì mi fecero firmare un contratto da sette mesi. Avendo appena fatto il test, e non avendo ancora fatto nemmeno le analisi (né parlato con la ginecologa) non parlai della gravidanza. Sono stata scorretta? Forse, anche se non credo. D’altra parte, anche se la gravidanza fosse andata male mi avrebbero comunque silurata (ne ero certa) e avevo bisogno dei soldi della maternità. Infatti, la sera della firma del contratto di sette mesi, venni messa a riposo assoluto per via di forti perdite. Diciamo che effettivamente le tempistiche sono state infami. L’unica chiamata che ho ricevuto dal capo è stata per chiedermi di fare una traduzione quando sapeva perfettamente che ero ricoverata. Arrivata alla scadenza del contratto, né dall’ufficio, nell’agenzia interinale ho ricevuto una telefonata per comunicarmi che il rapporto di lavoro si concludeva lì. Non che avessi dubbi sul fatto che essendomi macchiata del reato di maternità sarei saltata ma…almeno dirlo. Ah, un sentito grazie alle colleghe che andavano dicendo ai capi che avevo preso la mira per rimanere incinta proprio quando avevo il contratto “lungo” (perché voi dovete sapere che incinte ci si rimane a comando). Peccato che a me tutti i rinnovi del contratto erano sempre stati comunicati  con poche ore di anticipo rispetto alla scadenza e che quindi non potevo sapere né, di fatto, se mi avrebbero rinnovato il contratto, né per quanto. Infatti la durata la seppi proprio la mattina della firma. Non paghe, sono state le prime a frugare nei miei fogli presenze alla ricerca di qualche irregolarità che consentisse ai capi di silurarmi prima della fine del contratto, così che non dovessero più pagare la commissione mensile alla mia agenzia interinale.  Sì, so tutto, stronze. E non credete che quando sarà il vostro momento avrete un trattamento migliore perché purtroppo non sarà così…e sapete perché? Perché il mondo è pieno di donne serpi come voi.”

Laura, 57 anni, Emilia Romagna: “A parte una promozione già decisa ma poi revocata (e mai più arrivata) appena mi sono resa colpevole di “gravidanzitudine acuta” ? A parte un licenziamento strategico una volta rientrata dalla maternità ?
Oh si, a parte questo, una vita di lotte non solo in quanto madre, ma soprattutto madre di un figlio disabile. Malumori e penalizzazioni per la richiesta di part time (come facevo a portarlo a riabilitazione sennò? ) . Idem per i  giorni di permesso che mi spettavano.
Alla fine, ho perso il lavoro (ok, anche perché non contenta mi sono pure ammalata di parkinson …. lo so sono incorreggibile!)”

Rita, 47 anni, Piemonte: “Già sposata e con mio figlio di circa un anno (all’epoca ne avevo quasi 27) con il precedente datore di lavoro, firmai, davanti al consulente del lavoro (!), una lettera con la quale avrei dato immediatamente dimissioni volontarie se fossi nuovamente rimasta incinta…..”

Selena, 28 anni, Veneto: “Per 8 anni e mezzo ho lavorato come addetta al centralino e al front office in una azienda qui sul mio territorio. Per anni, io e le mie colleghe ci siamo sentite dire dal titolare “Quasi, quasi, per tutelarmi, vi pago la pillola, altro che buoni pasto!”. Ora, a seguito di un licenziamento collettivo attuato a ottobre 2013, su 25 persone licenziate (tra cui la sottoscritta!) i ragazzi/uomini si sono ricollocati tutti, noi ragazze/donne (e parlo di 7 donne) ancora tutte a casa! Chissà come mai …Inoltre, agli unici due colloqui che son riuscita a fare (nonostante ormai non so più quanti curricula ho inviato!) mi è stato chiesto se sono sposata, se ho figli, se li voglio, come mai a quasi 30 anni ancora non li ho fatti … ancora prima di chiedermi che scuole ho fatto, che lingue parlo. Dimmi te se non è discriminazione, questa!”

Elena, 28 anni, Veneto: “Io dal 2011 sono precaria, anzi precarissima. Ho 28 anni e vivo ancora con i miei genitori visto che sono una “bambocciona”. Il mio sogno e’ andare a vivere da sola, ma visto l’andazzo la cosa sarà moooolto lunga.
Io ai colloqui di lavoro mi sono sempre professata single, anche se non lo ero. E questo anche con i colleghi. Semplicemente perché, per come percepisco l’ amore, avevo paura di perdere il posto. Io sono lesbica e sono anche stata fidanzata, ma se parlavo, per come erano i miei capi, avrei perso il lavoro.
Ricordo ancora l’ ultimo stage che ho fatto in un ufficio..il primo giorno le mie colleghe mi hanno detto: “sei fidanzata?” (lo ero ma dissi di no) “tranquilla, il ragazzo te lo troviamo noi!”. Peccato che io avessi il rivoletto di bava quando passava la responsabile vendite…e se mi chiedevano del weekend inventavo uscite con ragazzi, che in realtà non esistevano, solo per mascherare la mia identità.. a me dispiace essere falsa, ma se oltre a essere donna in eta’ fertile, dicessi tutta la verità probabilmente quel poco lavoro che c’e me lo sognerei…”

Gabriella, 28 anni, Lombardia: “la prima gravidanza si è presentata quando avevo buone premesse al lavoro, la scopro il 5 ottobre. Il 3 novembre avrei dovuto firmare a tempo indeterminato Purtroppo, la gravidanza procede ma malino…devo assentarmi per stare a riposo e devo per forza dire alla titolare della gravidanza dato che nella sua agenzia mandavo io avanti la baracca. Ebbene, il riposo si prolunga perché io continuo ad avere perdite forti e non posso muovermi. Al telefono, quella stessa titolare che mi portava su piatti d’argento, che era pronta a farmi firmare un contratto a tempo indeterminato, con cui ho lavorato a braccetto per anni, mi dice di restare pure a casa e che con la scadenza del contratto al 31/10 non ci sarebbero stati altri contratti perchè…non aveva soldi! Il 7 novembre perdo il bambino e lei mi dice che non sono ne la prima ne l’unica…ma quello è un altro discorso…la tutela nemmeno tra donne c’è. L’altro giorno ho scoperto che ha aperto anche un’altra agenzia…sempre perché era senza soldi, lei!”

Maria, 27  anni, Lazio: “Io sono stata mandata a casa appena ho comunicato di essere incinta. Praticamente il giorno successivo al test di gravidanza! Lavoravo da due anni in una clinica ed avevo un contratto a progetto, scaduto a dicembre..mi promettevano un contratto a tempo determinato da mesi, contratto che non è mai arrivato. A maggio la scoperta della gravidanza…tanti cari saluti e auguri!”

Veronica, 36 anni, Piemonte: “io lavoravo in una azienda piccola in cui le donne che figliavano non venivano fatte rientrare dalla maternità, per fortuna non lavoro più li da sette anni più o meno. Ora lavoro in proprio e in famiglia… essendo datore di lavoro di me stessa mi sono autoricollocata. Il mio autoricollocamento attuale io lo vivo in positivo, nel senso che pur essendo dovuta rientrare a lavorare troppo presto (la bimba aveva 20 giorni), ho potuto gestire la cosa con i miei tempi, avere un orario diverso e minore a quello che facevo prima della bimba e organizzarmi per fare certe cose da casa (che tanto mi ero abituata a farle durante l’allettamento)!

Carmen, 30 anni, Campania: “cerco una gravidanza da 4 mesi e scopro di essere incinta a qualche giorno dalla firma di uno stupido contratto da barista/receptionist. Decido di comunicarlo per correttezza. Contratto non più firmato. Ora lavoro a nero una tantum con le solite ripetizioni di matematica…”

Linda, 37 anni, Piemonte: “Qui sono segnata per essere rimasta incinta quasi un mese dopo la firma del contratto a tempo indeterminato. Fino ad allora ero andata avanti con contratti ridicoli. Secondo me sono rimasta incinta, dopo due anni di tentativi, proprio perché mi ero “rilassata” grazie al nuovo contratto. Io e mio marito volevamo tanto un bambino ma sapevo che, se fossi rimasta incinta con il contratto a tempo determinato avrei perso il lavoro e il mio reddito è praticamente quello ci fa tirare avanti a stento. Con il misero stipendio di mio marito non ce l’avremmo mai fatta neanche a pagare l’affitto e quindi questo (ti ripeto, secondo me) ha fatto in modo di avere una sorta di blocco. Ma una volta firmato ecco lì le 2 lineette! Dalla prossima settimana inizieremo la cassa integrazione. Alcuni di noi faranno due o tre ore di cassa al giorno. Altri, oltre a queste, avranno una settimana di cassa integrazione al mese. Io credo che sarò tra quelli che avranno anche la settimana in più al mese di cassa. Capissero solo che cercavo la gravidanza da due anni e che non è che con lo schiocco di dita sono rimasta incinta…”

Valentina, 35 anni, Lazio: “Per una serie di fortunati eventi, mi era stato concesso il part-time nonostante il parere negativo del mio capo. Quando rimasi incinta, non potevano certo licenziarmi (ero a tempo indeterminato) ma non volevano nemmeno tenermi. Non ero più utile. Non solo ero part-time ma, in quanto mamma, sarei stata meno disponibile a fare tutti gli straordinari che facevo prima di avere mio figlio. Una volta rientrata, modificarono il mio orario. Allungarono la mia pausa pranzo per farmi uscire più tardi. Le ore di lavoro erano rimaste le stesse, ma uscivo più tardi e non potevo fare in tempo a prendere mio figlio al nido. Sapevano benissimo che non avevo nessuno che poteva farlo al posto mio. Ho retto finché ho potuto e poi ho lasciato il lavoro. Non mi hanno licenziata ma sono stata messa in condizione di farlo.”

Ilaria, 45 anni, Lazio: “Ho provato per dieci anni ad avere un bambino ed è arrivato quando proprio non ci speravo più. Ero tranquilla perché avevo un contratto a tempo indeterminato e in 15 anni non mi ero praticamente mai assentata. Speravo che questo significasse qualcosa. Purtroppo, anche i miei capi erano tranquilli perché ero sposata da tanti anni e i figli non erano arrivati, quindi speravano che ormai fossi fuori da giochi. Invece, a sorpresa, a 43 anni è arrivato mio figlio. Il capo con cui ho lavorato per tutti quegli anni ha preso la notizia come se gli avessi detto che avevo comprato una nuova carta per la stampante e gli altri con cui collaboravo hanno fatto addirittura finta di non vedere la pancia. Quando sono tornata dalla maternità, la crisi era arrivata anche lì e stavano cercando di fare un po’di pulizia tra le dipendenti. Sin dal primo giorno, inventarono mille scuse per non farmi uscire dall’ufficio prima delle 19:00. Percepivo uno stipendio di 1.300€ e ne pagavo 700,00 per il nido e 400 per la baby sitter, visto che non avevo nonni cui lasciare il piccolo. Sono stata costretta a lasciare il lavoro perché tanto andavo a lavorare per pagare altri affinché crescessero mio figlio. Pochi mesi dopo mio marito ha avuto un ictus e ha perso il lavoro. Ho saputo che il mio ex capo commentò dicendo ‘se non avesse voluto a tutti costi un figlio, a quest’ora avrebbe uno stipendio e non si ritroverebbe un bambino con un padre che non ci sta più con la testa’ ”

Roberta, 37 anni, Lombardia: “Nel 2010, incinta del primo figlio, mi viene chiaramente detto che mi spettava un avanzamento ma non l’avrei ottenuto perché al personale lo avrebbero dato a dicembre …e io a dicembre sarei stata in maternità. Rientro e vengo trattata come una lobotomizzata,messa alla prova come una neoassunta …ho aspettato altri due anni e alla fine ho ottenuto quell’avanzamento, ingoiando mille rospi”

Barbara, 34 anni, Campania: “che piacere poter raccontare la mia storia. Brucia ancora ogni volta che ci penso. Da laureata e dottorata in Chimica cerco di lavorare nel “fantastico” mondo della ricerca italiana. Le cose che ti dirò sono molto confidenziali e molto sconvolgenti non ci sono prove che lo attestino ma mi assumo la responsabilità di quello che ti scrivo. Tutto è cominciato nel 2010, all’epoca avevo 31 anni andai a convivere con il mio attuale marito, non mi resi conto che era l’inizio della fine. Oggi, qualche anno dopo, si. Partecipai ad un concorso nazionale per ricercatori a tempo indeterminato nell’istituto nel quale lavoravo, presi l’idoneità ma non risultai vincitrice. C’era un solo posto a concorso io arrivai quarta, la qual cosa era importantissima per la mia carriera, anni fa bastava l’idoneità per essere assunte prima o poi, le graduatorie scorrevano e le persone venivano assorbite in organico. Purtroppo il mio disegno personale familiare “cozzava” con quello scientifico, i miei capi non furono particolarmente entusiasti del fatto che la mia vita sentimentale andava bene, nella loro testa c’era questa sequenza FIDANZATA=CONVIVENTE=SPOSATA=MADRE=ASSENTEISTA. Così, d’improvviso, a dicembre 2010 la mia carriera ebbe un arresto… dopo laurea, dottorato, contratti co.co.co, assegni di ricerca, non c’erano più fondi per proseguire i miei progetti e mi posero di fronte ad una scelta: o cercavo lavoro qualificato altrove o, se volevo continuare a lavorare lì e a guadagnare uno stipendio decente, potevo accettare un contratto con una azienda pubblico-privata con la quale avevano una collaborazione. Dissi di si e scoprii solo al momento della firma che era per la metà del tempo promesso (12 mesi al posto di 24) anche se rinnovabile e soprattutto che il contratto era di quelli nazionali a tempo determinato con tutele tredicesima e ferie ma PER TECNICO NON LAUREATO!!! una botta al cerchio e uno alla botte come si dice. Ovviamente, io sapevo che avendo il marito precario nella scuola non avevo alternative, firmai… oltretutto mi illudevo che avrei potuto ugualmente seguire dei progetti interessanti che avrei potuto pubblicare. Era gennaio 2011 e a luglio scopro di essere incinta. Tempestivamente, al ritorno dalle vacanze a fine agosto, preoccupata ed impaurita vado dal mio professore a comunicarglielo queste furono le sue parole : “Ma che problema c’è? E’ una notizia bellissima, congratulazioni” . Cominciò il calvario, esclusa da tutto settimana dopo settimana, non potevo più fare nulla, dietro lo spauracchio della sicurezza per me ed il mio bambino mi tennero fuori dai progetti, messa dietro una scrivania a scrivere mail e a fare ordini di prodotti chimici. Mi ostinai a lavorare fino all’ultimo mese possibile, l’ottavo, non volevo lasciare il posto a nessun’altra, in fondo mi sarei allontanata solo 5 mesi, su un’intera carriera di 35 anni cosa sarebbero stati? Una volta incinta decidiamo anche di sposarci anche perché mi avevano detto che il mio contratto era implicitamente riconfermato fino al 2014. Ero serena, in tre mesi organizzo tutto, faccio i dovuti debiti per il piccolo ricevimento e per un viaggetto last-minute. A SEI GIORNI dal matrimonio, quando ormai avevo anticipato tutto, era fatta. Mi chiama nello studio il prof alle 18:00, quando per i corridoi non c’era più nessuno… “Barbara, mi dispiace: i partner aziendali hanno deciso che PER POLITICHE AZIENDALI NON RINNOVERANNO IL TUO CONTRATTO. DICONO CHE SE RINNOVASSERO I CONTRATTI A TUTTE LE DONNE IN MATERNITA’ LE AZIENDE SAREBBERO TUTTE VUOTE”. Il nono mese cadeva proprio a cavallo con il termine del contratto, quindi per legge loro erano a posto i rapporti di lavoro erano terminati. Io mi faccio la maternità coperta per fortuna dall’INPS grazie al contratto dipendente che avevo avuto e, qualche settimana prima della fine dei 5 mesi, mi reco in dipartimento per capire se al mio ritorno ci sarebbe stata aperta una posizione lavorativa per me… era giugno 2012. Ancora una volta di fronte ad una scelta: o un contratto di ricerca per soli 4 mesi – dico 4!!! – inquadrata nel settore ricerca al banco di lavoro con pubblicazioni e tutto oppure un contratto da tecnico di laboratorio per 9 mesi al servizio di tutti i colleghi che fino a mesi prima erano miei compagni di lavoro. Avrei dovuto occuparmi del magazzino, degli ordini, della pulizia delle strumentazioni e dei rapporti con i rappresentanti. Ovviamente… dissi di sì alla seconda per il fatto che avrei avuto più mesi di stipendio. Ho lavorato con il massimo dell’impegno, sperando che loro premiassero la buona volontà, che tornassero a darmi progetti di ricerca, ma i mesi passavano e nulla cambiava. Siamo ormai a maggio 2013  quando, esausta, comincio a guardarmi intorno e fortuna vuole che in un’ altra struttura di ricerca mi vogliono, lascio tutto e vado via dopo 8 anni in quel dipartimento. Oggi sono in una struttura super blindata dove su 80 persone solo in 3 abbiamo un figlio, dove parlare di maternità è un’ auto-espulsione. Io aspetto qualche altro mese poi metto in cantiere il fratellino a mia figlia, non mi importa se non mi rinnoveranno il contratto, quello che conta è la mia famiglia… non voglio rimanga figlia unica. Mio marito è ancora precario. La famosa graduatoria è scorsa fino alla terza candidata e poi come per caso sono arrivati i termini di scadenza della stessa e non è arrivata nessuna chiamata per me. Non rinnego nulla ma mi rimarrà per sempre impressa una frase dei dirigenti dell’azienda che non mi rinnovarono il contratto: “La dottoressa quest’anno (il 2011) ha fatto il filotto… matrimonio, viaggio di nozze e maternità. Se questo è il modo di ragionare non mi meraviglio che l’Italia è un “paese di vecchi”.

Elisa, 33 anni, Lazio: “Segretaria, studio legale, orario di lavoro 10-19 (pausa pranzo 1 ora), Roma.
Quando facevo dei giri la mattina ovviamente non potevo arrivare al Tribunale alle 10, altrimenti avrei saltato tutte le file, quindi anticipavo anche l’orario. Sempre disponibile e sempre a fare più del dovuto. Rimango incinta… Che faccio? Preferisco sempre la sincerità, così glielo dico subito anche per avere più tempo per organizzarsi e trovare una sostituta. Dopo varie discussioni (avevamo deciso di prendermi la maternità obbligatoria di 5 mesi più quella facoltativa di 6 mesi, cosi loro avevano più possibilità di trovare una ragazza per sostituirmi ed anche perché io non volevo lasciare il bambino a 3 mesi da solo -mi sembra veramente piccolo) e dopo un po’ di ricerche di segretarie – senza molto impegno da parte loro – hanno deciso che non prendono nessuno. E che rimane la moglie per dare una mano. Non dico niente. Un giorno si presenta la moglie, e mi dice “ah, ma sai, l’avvocato voleva sapere quando rientri dalla maternità, cosi si organizza…..” “Ma scusa, fino adesso, da agosto a gennaio di che cavolo abbiamo parlato???”Ah, no, perché sai….noi abbiamo cercato di trovare una ragazza per sostituirti, ma non abbiamo trovato nessuna, bla bla…” (non hanno trovato nessuna, perché tutte chiedevano minimo 1200 al mese, e loro non volevano pagare più di 1000 e tutte volevano un’orario massimo fino alle 18.00). A questo punto che faccio? Ok, cerco l’asilo nido e rientro a settembre. Tutti contenti (io non tanto, ma il lavoro serve). Gravidanza molto bella, senza problemi di salute, senza troppi permessi dal lavoro. Entro in maternità obbligatoria il 21 gennaio (2 mesi prima, poiché il ginecologo mi ha detto di stare tranquilla e riposare, viste le contrazioni che avevo) ma ancora dovevo prendere la 13ma, lo stipendio di dicembre e quello di gennaio. Ovviamente lui era in difficoltà e mi avrebbe pagato appena entravano un po’ di soldi. Ok, non c’è problema…. tanto dei assegni in entrata c’erano ed il mio codice IBAN ce l’aveva. Non mi sarebbe cambiato la vita una settimana in più. Solo che siamo arrivati al  3.03.14 e lui è ancora in difficoltà. Non mi ha pagato né la 13ma, né dicembre, né gennaio, né il primo mese di maternità (che viene pagata dall’INPS ma è anticipata dal datore di lavoro). Se la moglie, all’inizio mi mandava messaggi per qualsiasi cavolata (anche perché non trovava una pratica), adesso non me li manda più. L’ultima volta abbiamo parlato è stato la settimana scorsa e le ho detto che avrei bisogno dei soldi, visto che l’ultimo stipendio l’ho presso prima di Natale. Ancora non ho notizie. Ditemi voi cosa dovrei fare? Io sono contraria alle vertenze di lavoro e spero di non essere costretta a farle mai nella mia vita. Ma non so proprio come devo comportarmi. Devo cercare ancora l’asilo nido o non mi servirà più? E’ tutto un gioco da parte loro per farmi dimettere da sola? Per adesso non so come finirà…”

Marta, 33 anni, Belgio: “Ti scrivo nel contesto del tuo posto sui problemi legati alla maternita’ e all’esser donna nel mondo del lavoro per portarti una prospettiva diversa da quella italiana. Vivo e lavoro a Bruxelles da quasi 8 anni e di anni ne ho 33. Io e il mio compagno stiamo per sposarci e stiamo cercando di capire come funziona la maternita’ da queste parti in modo da essere organizzati e preparati il giorno che resterò’ incinta. Le domande che ci siamo posti sono le seguenti:1-  Quanto dura la maternità? 2- Chi si occuperà dei figli? 3- Quanto ci costerà fare dei figli/possiamo permettercelo? Essendo circondati da amici che hanno gia’ figli plurimi non e’ stato difficile trovare le risposte e mi sono resa conto che le cose sono molto diverse dall’ Italia, non solo per quanto riguarda le regole, ma riguardo al concetto stesso di maternità. Da quando sono arrivata qui e in tutti i lavori che ho avuto (5 se contiamo anche gli stage) non ho mai subito pressioni di alcun tipo riguardo la maternità. Anzi, la mia capa attuale mi incoraggia! Dice che le donne quando diventano madri acquistano sicurezza in se stesse, lavorano meglio e più efficacemente e, soprattutto, sono più stabili. A quanto ne so le mie amiche hanno tutte avuto esperienze simili tanto che una e’ stata confermata in un posto da dirigente nonostante sia rimasta incinta durante i sei mesi di prova; un’altra ha fatto 3 figli in cinque anni e un’altra ancora due in due anni e mezzo! La maternità qui fa parte della vita lavorativa cosi’ come la paternità e nessuno si scompone. MA…ci sono i ma. La maternità e’ di 12 settimane. Ci sono voci non confermate che volendo si possa prolungare, ma parlo di voci perche’ nessuna delle amiche lo ha mai fatto e in generale non si fa, non usa. Dovresti avere qualche motivo proprio grave, ecco.Culturalmente, non esiste. I diritti dei lavoratori riguardo la famiglia variano anche a seconda del contratto collettivo in cui ti trovi. Se un datore di lavoro ti licenzia durante la maternita’, ti deve pagare sei mesi pieni di stipendio oltre a quelli che ti dovrebbe regolarmente per contratto (di solito 3 piu’ la buona uscita). Il mio cotratto collettivo fa schifo e quindi ho solo i diritti di base (giorni di congedo matrimoniale: 1, giorni di congedo in caso di decesso di tuo figlio o un genitore: 1. Pero’ hai anche un giorno per andare alla cresima di tuo nipote!). Stare a casa prima del termine esiste solo se il dottore ti mette a letto e non è detto che non ci si aspetti da te che da letto tu possa lavorare dal portatile. Lavorare fino a termine vuol dire fare esattamente quello che facevi prima. La mia amica Geraldine si e’ trovata a Singapore al settimo mese inoltrato con il problema che la compagnia aerea non la lasciava imbarcare sul volo per la Korea. La settimana prima era in Brasile. Val, invece, durante la gravidanza ha sofferto molto di emicrania e ha dovuto spesso fare delle pause per riprendersi. Questo voleva dire lavorare fino a mezzanotte (dopo aver messo a letto figlia numero 1) per recuperare. Ora in questo contesto non mi stupisce che qui la maternità non sia considerata problematica per le aziende. 12 settimane di assenza sono tutto sommato poche e la maternità è considerata strettamente un fatto privato che non deve influenzare in alcun modo il tuo lavoro. A me 12 settimane sembrano pochissime e trovo l’idea di dover mollare mio figlio all’asilo nido dopo cosi’ poco tempo agghiacciante. Senza contare che vivendo lontano dalle nostre famiglie di origine manca tutta quella rete di sostegno che di solito garantisce la sanità mentale delle mie amiche madri italiane. Questo porta alle domande due e tre di cui sopra: i bambini qui si lasciano quindi all’asilo nido. Quelli pubblici sono luoghi mitologici a cui nessun bambino figlio di genitori lavoratori potra’ mai accedere. Quelli privati sono anche scarsi sia in numero sia in qualità. Se non hai l’asilo nido al quarto mese di gravidanza sei nei guai. Mentre parlando con le mamme italiane ho l’impressione che i figli siano considerati e tenuti un po’ come delle reliquie, ho l’impressione che i belgi li considerino delle piante: li metti li’, li nutri e loro crescono. Amici che cercavano il nido per il primo figlio si sono sentiti dire che i piccolissimi (13 settimane appunto) stavano nella stessa stanza che i grandi, messi per terra sulle sdraiette e si’, a volte capita che i grandi li calpestino giocando, ma fa parte della crescita. Ho anche storie più agghiaccianti di questa, ma te le risparmio. Costo di questi paradisi dell’infanzia: una media di 800 euro/mese. Se il bambino sta male e quindi non va, paghi lo stesso. Se ci sono vacanze (tipo a natale), paghi lo stesso il mese intero. E se il figlio sta male? Ci sono giorni che si possono prendere di congedo dal lavoro e credo che siano 10 per anno. Ma – anche in questo caso- non usa. A meno che tuo figlio non sia in ospedale ti organizzi diversamente. Se tuo figlio sta male chiami la baby sitter. Geraldine ha deciso di averne una fissa, oltre al nido, che vada a prendere la figlia al nido se lei deve lavorare dopo le 5 del pomeriggio (ovvero sempre) e stia con sua figlia fino al loro ritorno. Tale babysitter dovra’ rendersi disponibile anche per le emergenze. Il costo si aggira ai 15 euro/ora, ma stanno negoziando per avere un prezzo forfettario. Ecco. Io ho parlato di queste cose a mia mamma, in ricerca di parole di saggezza e conforto. Lei mi ha risposto: “non fate figli!”. Il tutto le sembrava anormale e sproporzionato. Insomma, una mamma deve fare la mamma! Non si puo’ mollare un figlio ad altri dopo tre mesi! Andiamo! E per allattare? E certo che se sta male stai a casa! E cos’e’ questa storia della babysitter dopo le cinque, se fai un figlio devi anche crescertelo! Insomma, mi sembra proprio di vedere un’interpretazione della maternità totalmente diversa e trovo che questo abbia un impatto sostanziale sulla carriera delle madri. Nessuna delle madri che conosco ha visto la sua carriera rallentarsi a causa della maternità. Nessuna madre si lamenta che non vede crescere suo figlio (ah, a proposito, qui i figli si mettono a letto alle 19h30/20h00, ma, anche durante i weekend, si alzano alle 6 del mattino!) e alla fine dei 3 mesi di maternita’ dicono che e’ dura lasciare i propri figli, ma che e’ una liberazione poter finalmente tornare a parlare con degli adulti. Ora la mia domanda e’: c’e’ davvero un legame tra la percezione della figura della madre e il suo ruolo nel mondo del lavoro? Cosa vogliamo esattamente noi donne e madri?  E’, quello belga, un equilibrio sostenibile?

Io non ho risposte. Forse le avro’ quando mi ci trovero’, al momento ho solo paura di non essere all’altezza, che essere madri qui a Bruxelles sembra una cosa fatta solo per chi ha super poteri (in termini di energie e concentrazione, organizzativi e finanziari!).

 

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8 Responses to Progetto mimosa: storie di donne e lavoro

  1. Laperfezionestanca says:

    Orripilante. Tutto. Per chi non lo conosce, date un occhio a questo blog http://congedoparentale.blogspot.it e guardate le condizioni della maternità in Svezia. Non è un altro paese, è proprio un altro pianeta. Eppure, lo stesso Stefano, autore del blog, dice che 10 / 15 anni fa le condizioni erano diverse.

  2. RominaFan says:

    Ciao!
    Sì, diciamo che dà abbastanza i brividi. Quando raccontai a mia sorella l’episodio in cui il capo mi disse “pensavo a qualcosa di peggio”, il suo giusto commento fu che tutta questa gente dovrebbe ringraziare le loro mamme per aver avuto più rispetto della vita di quanto non ne dimostrino loro…
    E la cosa che mi urta è il fatto che questa mentalità misogina attecchisca a meraviglia nei cervelli delle dipendenti. Persino quando sanno perfettamente di fare un lavoro che non offre possibilità di carriera entrano nell’ottica “la mia ha tradito l’azienda perché è rimasta incinta”.
    Vedi, esistono due modi per dissuadere dal rimanere incinta una dipendente, e in questo sono bravissimi. Un modo è farle credere indispensabili. Dar loro l’impressione che fanno un lavoro importante che magari sono le più importanti tra le segretarie dello Studio o dell’azienda (tanto più che spesso una segretaria ha più o meno privilegi a seconda di quanto è importante il suo referente), che hanno potere, che sono “donne in carriera”. Sulle più frustrate questo sistema funziona moltissimo. Con quelle come me, che sono sufficientemente lucide da sapere che, ad esempio, una segretaria in uno studio legale nasce tale e muore tale, si usa una tattica diversa. Si fa una politica del terrore mascherata. A seguito del primo episodio che ho raccontato, la capa del personale mi invitò a pranzo fuori durante la pausa, cosa che subito mi parve assai strana visto che lavoravo lì già da tre anni e non si era andate oltre il buongiorno. Mi cominciò, disse lei, a “parlare da madre” dicendo che anche lì era arrivata la crisi, che le mamme erano tutte preoccupate perché tirava un’ariaccia, che quelle in maternità si sentivano in forse ecc…e che mi sconsigliava di prendere iniziative in tal senso. Anzi, sarebbe stato meglio se fossi riuscita ad avere una qualche invalidità civile, tanto per pararmi il sedere (sapeva perfettamente che non l’avevo mai voluta rinnovare). Ovviamente, ribadisco che tutto questo si premurò di dirmelo FUORI dallo studio…

  3. Lorena says:

    E viva la famiglia ed il futuro dell’Italia!!! E’ veramente disgustoso!

  4. elena says:

    Grazie per aver dato voce alle nostre storie..come detto non sono mamma( e tra le storie sono l’unica) ma sono donna..e che triste sentire i nostri diritti così calpestati..

  5. Ilaria says:

    Agghiacciante.
    Grazie per aver dato modo a tante mamme di far riflettere con la loro storia personale. Fa male, ancora prima che far riflettere. Io ancora non ho figli perché sto finendo di studiare, ma è un argomento che sento molto sulla mia pelle perché sto valutando quale specializzazione di medicina affrontare dopo la laurea, proprio per poter avere una famiglia mia.
    Un grosso abbraccio.
    Ilaria

  6. Silvia says:

    Il mio solo commento è: che manica di merde!!!!! e poi i signori politici si meravigliano del calo delle nascite!!! fanno schifo!!!! per essere gentili….

    • RominaFan says:

      Brava…io sapevo che un solo stipendio bene o male ce la potevamo fare, ma sai quante donne conosco che desiderano un figlio più di ogni altra cosa ma già sanno che perderebbero il lavoro e non osano perché magari il loro è lo stipendio più alto (o il solo stipendio) o tra loro e il marito le entrate sono appena sufficienti, figurati con uno stipendio in meno?

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