Perché scrivere del cancro?

Un grande classico tra i consigli dei “non addetti ai lavori” durante e dopo la chemio è quello di fare finta di niente. Specialmente dopo, meno se ne parla e meglio è. Prima si dimentica e prima si potrà tornare ad una vita normale. Generalmente è un tipo di affermazione che mi suscita sempre grasse risate perché, come detto e ripetuto qui e in tutte le altre sedi possibili, dimenticare non solo non è possibile, ma non è nemmeno necessario. Al contrario di quanto viene spontaneo credere a chi non ci è mai passato, per una persona che ha conosciuto il cancro, specialmente dopo la fine delle cure, parlarne è importante. Ma non sempre è così semplice esternare con le parole quello che si prova. La voce si spezza, le lacrime escono da sole, i singhiozzi rendono impossibile parlare, ci si interrompe per non scoppiare a piangere. Ed è un peccato, perché se un evento scatena una tale reazione significa che esternare i propri sentimenti è ciò di cui si ha bisogno. E’ in questi casi che la scrittura si dimostra un’amica preziosa.

Scrivere, spesso più che raccontare, aiuta a distaccarsi dall’accaduto. Si può fare finta di star raccontando la storia di un’altra persona e questo può facilitare il necessario distacco che porta poi ad osservare tutto in una prospettiva più lucida, più “ridimensionata”. Questo allontanamento da sé e dal proprio trascorso è un ottimo trucco per esorcizzare la paura: la paura che assale quando ci si rende conto di aver seriamente rischiato la vita, la paura che chiude la gola prima dei controlli di follow-up, la paura che si prova nei mesi successivi alla dichiarata remissione della malattia quando si presenta un sintomo banale che però riporta la mente ai sintomi tipici della malattia (nel mio caso una stupida tosse, o anche solo svegliarsi la notte sudati…e poco importa se è aprile inoltrato e tu stai sudando solo perché tuo  marito è convinto di vivere in Siberia e rifiuta di togliere il piumone). Osservarsi dall’esterno è importante e scrivere è forse il modo più immediato per riuscirci, sebbene forse il più complesso da iniziare.

Scrivendo quanto gli è accaduto, un (ex) malato ha la possibilità di comprendere meglio gli eventi, di restituirgli una linea temporale corretta, il che è utile perché spesso si perde il filo degli eventi presi come si è dal vortice della diagnosi. Non solo si può comprendere meglio la malattia ma si può comprendere meglio se stessi. Scrivendo si ha modo di imparare a conoscersi di nuovo, perché la malattia inevitabilmente cambia. La malattia cambia le persone sempre all’interno dei binari della loro personalità ma le cambia…e dover fare i conti con una nuova versione di sé può essere tanto interessante quanto destabilizzante.

Una volta che si sarà provveduto a mettere da parte tutti questi risultati, allora si potrà finalmente ricominciare a considerare se stessi come persone e non come (ex) malati di cancro. Ecco spiegato perché raccontare, o scrivere, della malattia è importante. Il lavoro da fare su stessi è enorme, è un percorso lungo, pensare di saltarlo a piedi pari è insensato e non nell’interesse della persona in questione.

Io l’ho provato sulla mia pelle. Per anni non ho affrontato la questione se non in maniera estremamente superficiale. Le conseguenze sono state tante e se non avessi iniziato a scrivere ora la mia vita sarebbe sicuramente molto diversa, la mia mente non sarebbe così libera, la questione non sarebbe stata accettata.

Nel mio caso, il mezzo utilizzato è stato il blog.  Ho deciso di avvalermi del web. Perché? Fondamentalmente per una questione di immediatezza dell’impatto. Dal web io ho la possibilità di parlare di prevenzione e diagnosi precoce raggiungendo molte persone e raggiungendole subito. Trattandosi di un argomento che nel nostro Paese è preso estremamente sottogamba, cercare di arrivare a quante persone più possibile con qualsiasi mezzo è importante, specialmente se tu sei la prova vivente di quanto spesso la diagnosi precoce sia un’utopia, specialmente se sei giovane. Inoltre, attraverso il blog, ho avuto la possibilità di entrare in contatto con molti malati ed ex malati, ricevendo e offrendo riscontri in tempo reale, esattamente nel momento in cui ce ne era il bisogno (cosa che con il libro, ovviamente, non mi è stata possibile) creando con loro una rete molto fitta e umanamente preziosa. Inoltre, mentre un libro ovviamente è appannaggio esclusivo di chi è interessato all’argomento, su un blog ci si può capitare anche per sbaglio. Spesso ho avuto modo di entrare in contatto con persone che non erano in alcun modo interessante all’argomento principale del Codice di Hodgkin ma che poi, leggendo qua e là si sono trovate davanti a falsi miti sfatati, a consigli utili e persino ad onco-episodi divertenti…molte donne hanno scoperto l’esistenza delle visite senologiche gratuite del mese di ottobre proprio passando per caso dal mio blog e questo mi rende molto orgogliosa, mi fa capire che quello che faccio ha un senso.

Infine, per avere la possibilità di aiutare nell’immediato persone che non ricevono il dovuto supporto in famiglia.

Consiglio dunque a tutti di scrivere? Sì. Consiglio dunque a tutti di aprire un blog? Assolutamente no. Non ci si improvvisa nulla, nella vita, tanto meno cancer-blogger. Esporsi con un numero altissimo di persone comporta degli aspetti che possono essere complicati da gestire. Non si può decidere di aprire un blog e poi non rispondere alle mail, ad esempio. Non si può leggere una mail e dire “in questo momento non voglio prendere l’argomento, per motivi completamente legittimi, e non risponderò”.  Non è corretto. Non è una scelta fattibile quella di decidere di esporsi in maniera così totale per poi girarsi dall’altra parte quando ci viene chiesto un riscontro, perciò…se non si è pronti a farsi carico di tutti gli aspetti completi della vita del cancer-blogger è meglio lasciar stare e scrivere per se stessi, o col fine ultimo di pubblicare un libro.

L’importante è sempre quello, credo di averne fatto cenno una o due (mila) volte: comunicare, comunicare, comunicare.

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