Di vita e di coraggio. Genitori dopo il cancro.

Quello della maternità dopo il cancro è un tema che mi sta molto a cuore per molti motivi, primo fra tutti il fatto che è ancora un nervo scoperto, spesso. Parlare di cancro oggi è molto meno imbarazzante rispetto al passato ma quello della fertilità dopo la malattia resta un argomento, data la sua grande delicatezza, che spesso siamo noi che ci siamo passati i primi ad evitare.

Si sa bene che dopo un cancro e dopo una chemioterapia il diventare genitore potrebbe essere difficile. Spesso è la parte di futuro cui si dovrà rinunciare e farci i conti non è semplice.

Eppure, rispetto a relativamente pochi anni fa le cose stanno cambiando molto anche in questo senso: affiancare alle cure anche delle terapie che supportino e tutelino le possibilità di diventare genitore è ormai molto frequente. Questo ha due implicazioni: la prima è che – come si è detto e ripetuto spesso – la percentuale di persone che ha un futuro dopo il cancro è sempre più alta. La seconda è che questo futuro viene considerato sempre più concreto che in passato, e quindi si lavora non solo per debellare nell’immediato la malattia, ma anche per per far sì che gli anni a venire siano il più possibile liberi da impatti a lungo termine del cancro.

Diventare genitore è una scelta che non è mai facile, non esiste il momento opportuno, le variabili sono innumerevoli per chiunque: il lavoro che è sempre un’incognita, i costi, il fatto che spesso la vita porti a poter immaginare una vita con un figlio ad un’età nettamente superiore rispetto anche solo a dieci o quindici anni fa sono tutti fattori cui si pensa sempre, quando si inizia a pensare a diventare genitore. Dopo un’esperienza come quella del cancro, ovviamente tutto questo può risultare amplificato. Nessuna donna può prevedere se i bambini arriveranno, se arriveranno con facilità, se avrà problemi o meno. Ma sicuramente sapere che ci siano possibilità concrete di andare incontro a cocenti delusioni cambia la prospettiva, e forse fa perdere d’importanza altri aspetti. Io, ad esempio, sapevo che avrei perso il lavoro ma sulla bilancia era un rischio dalle conseguenze meno gravi rispetto al rimandare di tre o quattro anni la maternità. Anche perché, diciamocelo chiaramente: nel caso non ci fossero state possibilità, ci saremmo mossi per tempo in altre direzioni, ad esempio verso l’adozione.

Più di una volta, curiosamente solo dopo aver avuto il secondo figlio, mi è stato chiesto se non abbia mai pensato al fatto che nascere da una famiglia il cui lato materno ha una forte familiarità col cancro potrebbe esporli a questo rischio. Un paio di anni dopo la fine delle terapie chiesi alla mia ematologa se questo rischio fosse così concreto, in effetti. La risposta fu che il numero dei casi di tumore si è alzato, e che il non avere una familiarità non è una garanzia di salute a vite, così come la familiarità non è di per sé una condanna. Va anche considerato che la ricerca fa veramente passi da gigante, e lo dice una che se si fosse ammalata anche solo vent’anni prima sarebbe morta o rimasta senza milza. Al di là di ogni complottismo, siamo qui grazie a quelle che erano le speranze del passato e le speranze di oggi saranno la realtà di domani, quindi, no, non ho paura. Non più di qualsiasi altra madre, almeno. E poi, come aggiunse la dottoressa, “la vita è tanto, tanto forte”. Intendeva dire, per come l’ho sempre interpretata io, che al di là di tutti i nostri dubbi, oltre a tutte le nostre paure, c’è solo un fatto: la Vita è sempre prepotente. La Vita cerca sempre di esplodere, di prolungarsi, di urlare più forte.

Le medaglie hanno sempre due facce. Le facce della mia medaglia dicono la stessa cosa presa dai due estremi. Una faccia è quella che dice che la Vita è forte e prepotente. L’altra dice che la paura non ha il diritto di paralizzarci. Non è stato semplice. Non sono stata risparmiata da sofferenza e, in un senso di colpa perverso, mi è capitato di pensare “sei stata punita per non esserti accontentata di esser viva”. L’ho pensato spesso. Ma se avete una storia simile alla mia alle spalle e siete nella fase in cui il vostro cuore culla quel desiderio, io ho solo una cosa che posso dirvi.

Al netto delle delusioni, del dolore e della fatica di cui in parte ho raccontato e in parte forse racconterò, io ho capito solo di recente una cosa. L’ho capita pochi giorni fa, quando mia figlia di quattro anni e mezzo ha stretto a sé il fratello di nove mesi e con lui è scesa lungo lo scivolo del parco: io non sono stata punita per non essermi accontentata. Io sono stata premiata per essere stata coraggiosa.

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3 Responses to Di vita e di coraggio. Genitori dopo il cancro.

  1. Ilaria says:

    Ciao Romina! È sempre un grande piacere leggerti. Non so se ti ricordi di me, io ti voglio ringraziare perché un anno fa mi hai aiutata con le tue parole a prendere in mano i cocci del mio cuore e avere coraggio. Ti voglio scrivere da 4 mesi e qualche giorno.. quelli del mio bambino!
    GRAZIE.

    • RominaFan says:

      Ciao Ilaria, certo che mi ricordo di te! Che bello leggere del tuo bambino…appena hai un momento scrivimi, mi farebbe tanto piacere sapere come state!

  2. Ciao, sono contenta di essere capitata sul tuo blog, seppur per caso. Ti comprendo benissimo, è difficile fare delle scelte quando sei in certe situazioni, ma tu sei stata corraggiosa, ti auguro tanta felicità a te e ai tuoi bimbi. Il cancro…brutta bestia, arriva quando meno te lo aspetti, a prescindere da familiarità, genetica e via dicendo, si è vero una percentuale seppur limitata è determinata anche da quel fattore, ma come ti diceva la dottoressa i casi sono in aumento e molto spesso nemmeno la scienza riesce a capirne le cause. Io ho mio figlio di 17 anni con il cancro, abbiamo chiesto se potesse esserci una familiarità visto che mia mamma (la nonna) lo ha anche lei, ma i dottori hanno detto che non è rilevante come fattore genetico, è arrivato perchè cosi doveva andare, questo penso io. Ti auguro tanta serenità e se ti farà piacere ogni tanto passerò per un saluto. Ciao

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